NOVELLE ESPOSTE/CORRETTE (qualche correzione evidenziata)

Calandrino e l'elitropia, III, VIII

Andrea T.

Calandrino e l’elitropia è la terza novella dell’ottava giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio. Il tema della giornata sono le beffe di qualunque tipo.

La beffa è intesa come espressione di quello che può fare l’intelligenza dell’uomo, la capacità attraverso le proprie abilità e virtù di far fronte alla fortuna, il valore più importante della civiltà mercantile e urbana per questo autore, che almeno nella prima parte della sua vita ha avuto direttamente a che fare col mondo dei commerci.  Lauretta è la regina e la novella viene raccontata da Elissa.

Calandrino è un uomo semplice di spirito, di scarsa intelligenza, egoista e talora disonesto, che di mestiere è pittore e ha due amici, o meglio compari, ancessi pittori, che si chiamano Bruno e Buffalmacco, i quali si burlano di lui, come spesso documentano novelle dedicate al terzetto. Nella novella in questione, i due compari si uniscono al mediatore Maso del Saggio per fare un nuovo scherzo al loro amico. L'inizio della beffa è ambientato nel battistero di Firenze, dove Calandrino sta studiando degli affreschi: Bruno, Boffalmacco e Maso iniziano a parlare delle proprietà delle pietre preziose (rubini e smeraldi) e di luoghi fantastici, dai nomi burleschi e evocativi, in cui si possono trovare. In particolare, Maso del saggio si sofferma, suscitando grande curiosità in Calandrino, sull'elitropia, pietra di cui si tratta nei lapidari medievali (sorta di enciclopedie che contengono informazioni fondamentali, e fantasiose, sulle pietre), descritta in grado di donare l’invisibilità al possessore. Entra quindi nei dettagli dei luoghi in cui si può trovare lungo il fiume Mugnaio e descrive l’aspetto di queste pietre, ma in modo sommario, dicendo che non sono né grandi né piccole, di colore quasi nero. Subito Calandrino manifesta ai due amici l'intenzione di andare a cercare questo minerale dalle magnifiche proprietà in modo di diventare l’uomo più ricco di Firenze, derubando i cambiavalute per non necessitare più di fare il pittore (righe 68-69). I tre uomini decidono di dirigersi al Mugnone la mattina di un giorno di festa, per distinguere al meglio i colori e per evitare che ci sia tanta gente intorno. Calandrino, all'ora di pranzo, ne ha raccolte molte e allora i due amici decidono di fingere che sia diventato invisibile, per fargli credere di aver trovato l’elitropia. Mentre Calandrino gongola per il successo, i suoi amici, fingendo di essere stati abbandonati lì, si mostrano stizziti e cominciano a lanciare pietre, ovviamente colpendolo, dal momento che lo vedono benissimo.

E intanto fu la fortuna piacevole alla beffa, ovvero la fortuna ha assecondato la beffa, chiosa la narratrice, perché mentre ritorna a casa, essendo giorno di festa, non incontra persone che possano guardarlo in modo strano per tutte le pietre  di cui si è caricato.

A casa, la moglie di Calandrino, Monna Tessa, descritta come bella e intelligente, con i capelli acconciati in lunghe trecce, appena vede suo marito lo rimprovera perché è tornato tardi per il pasto. Fa la sua apparizione nella novella un altro tema fondamentale, caratteristico tra l'altro di quelle dedicate al terzetto di amici, ovvero la misoginia. Subito infatti Calandrino pensa che la magia della pietra sia svanita perché le donne sono in grado di far sparire qualsiasi virtù, e allora comincia a picchiare violentemente la moglie, utilizzando espressioni come questo diavolo di questa femina maladetta, le femine fanno perder la vertù de ogni cosa, che maladetta sia l’ora che io prima la vidi e quando ella mai venne in questa casa

Boccaccio ovviamente condanna, sia pure sorridendo, questo comportamento, come risulta evidente per il fatto che Calandrino non sia certo connotato come un personaggio positivo. Inoltre, è impensabile che da parte dell'Autore che dichiara di eleggere il pubblico femminile come preferito possa provenire una manifestazione di aperta misoginia.

Nella conclusione, a un certo punto arrivano i suoi amici, che trattengono a stento le risa e dicono che non è colpa della moglie, ma di Calandrino stesso che avrebbe dovuto dire a monna Tessa di non comparirgli davanti, visto che è notorio che le donne fanno perdere le virtù a qualunque cosa, pietre comprese. La storia giunge quindi alla conclusione tra le risa di Bruno e Buffalmacco, e la fine della lite tra i due coniugi. 

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Guido Cavalcanti, IX, VI

Andrea C.


ma della sesta giornata

Il tema principale della sesta giornata non è l’amore, come spesso accade nelle novelle e come ci si attende dalla dedica alle donne, bensì i motti di spirito e le argute risposte, che però, da alcuni, non vengono capite. Ne consegue che siano messe in evidenza, per contrapposizione all'ingegno, anche l’ottusità mentale e la stupidità di certo soggetti.

Nota introduttiva

La sesta giornata prevede come regina Elissa, che è anche la narratrice della nona novella.

Riassunto tipologia A:

Il poeta e filosofo Guido Cavalcanti passa il suo tempo passeggiando da solo, pensando e filosofando. È un uomo colto, elegante e raffinato. È molto ricercato tra le brigate fiorentine, specialmente quella di Betto Brunelleschi. Betto infatti ha invitato molte volte Cavalcante a entrare nella sua brigata, ricevendo sempre un rifiuto. Un giorno, la brigata di Brunelleschi trova Guido vicino ad un cimitero, e tutti quanti condivisero l'iniziativa di andare a infastidirlo. Per liberarsi da loro, Guido esclama: “Signori, voi mi potete dire ciò che volete a casa vostra”. Dopodiché poggia la mano su una tomba e, leggerissimo, ne salta al di sopra. La brigata, che non brilla per intelligenza nel suo insieme, rimane confusa dalle parole di Cavalcanti, con l'unica eccezione di Brunelleschi che, comprendendo il significato del motto, lo spiega al resto della brigata, la quale si vergogna talmente tanto che da quel momento smette di disturbare Guido.


Riassunto tipologia B:

  • Dovete dunque sapere che nei tempi passati, nella nostra città c’erano usanze molto belle delle quali, ad'oggi non ne è rimasta nessuna. Tra queste ve n’era una tale per cui, in diversi luoghi di Firenze, diversi gentiluomini si riunivano in brigate. Queste brigate erano solite divertirsi, banchettavano, festeggiavano le festività cittadine e le vittorie in battaglia. Tra le brigate, c’era quella quella di Betto Brunelleschi, i compagni di questa brigata desideravano molto far unire a loro Guido Cavalcante e non a caso. Guido fu uno dei migliori ragionatori al mondo ed un ottimo filosofo, lui era leggiadrissimo, elegante e un ottimo oratore.  Betto non era mai riuscito a convincerlo ad entrare nella sua brigata ed unanimemente con i suoi compagni pensava che Cavalcante non si volesse unire alla loro brigata perché durante la vita si concentrasse soltanto a dimostrare che dio non esistesse. Un giorno, Guido, il quale era partito dall’Orto San Michele e passando per il Corso degli Adimari e giunto in fine a San Giovanni, dove terminò il cammino, venne avvistato tra le tombe del cimitero da Betto e la sua brigata i quali dissero tra di loro: “andiamo a dargli briga”. Spronati i cavalli Betto e la sua brigata assaltarono e gli dissero: “Guido, tu ti rifiuti di entrare nella nostra brigata, ma quando avrai scoperto che dio non esiste cosa farai?” allora Guido prestamente disse: “Signori, a casa vostra voi mi potete dire ciò che volete” e poggiando la mano su una tomba grande come lui, fece un balzo leggerissimo che lo portò dall’altra parte della tomba permettendogli di andarsene. La brigata rimase confusa e si guardarono l’un l’altro, incominciarono ad accusarlo di essere uno smemorato, e dissero che quel che lui affermava non significava niente, ma Betto disse: “gli smemorati siete voi, non avete inteso le sue parole. Egli ci ha detto il peggior insulto del mondo, per ciò se prestate attenzione, queste tombe sono le case dei morti alle quali egli si riferisce come le nostre case. Ci ha dimostrato che noi e gli altri uomini idioti e non letterati siamo comparati a lui e gli altri uomini di scienza, peggiori dei morti e per questo, essendo qui ci ha detto che siamo a casa nostra”. Allora tutti compresero ciò che Guido avrebbe voluto dire, e pieni di vergogna non lo disturbarono più.  Il riassunti di tipo B, può certamente avere la forma di una riscrittura, ma perché resti comunque un riassunto, deve essere concepito così:

A Firenze, alla fine del 1200, quindi in epoca antecedente a quella in cui la narratrice tesse il suo racconto, vigevano usi scomparsi, tra i quali quello, per gli uomini, di riunirsi in brigate dedite al divertimento, ai banchetti e al festeggiamento di circostanze liete. Fra le brigate in particolare una, facente capo a Cetto Brunelleschi, avrebbe molto desiderato includere fra i suoi componenti il poeta e filosofo Guido Cavalcanti, provvisto di bellezza e acutezza d'ingegno. La novella in particolare riporta un divertente episodio avvenuto in un cimitero, dove la brigata di Betto si dirige per sorprendere da solo Guido Cavalcanti e infastidirlo, rinfacciandogli in particolare la mancata accettazione di unirsi a loro. L'effetto che sortiscono questi compari è però ben differente dalla loro attesa: il poeta filosofo, a fronte di una loro domanda beffarda, replica con poche parole e un atto eloquente, che solo messi in correlazione riescono a sviluppare tutta la loro carica polemica e persino offensiva. Tra le vittime della sagacia di Guido, soltanto Brunelleschi intende fino in fondo la portata comunicativa di quanto Cavalcanti fa e dice: con la mano appoggiata sulla tomba, e il lieve balzo che lo mette al riparo dai suoi rozzi persecutori, comunica loro che sono dei morti che camminano, rispetto ai quali lui si sente invece ben in grado di volare oltre.

Spunti di riflessione

  • Durante questa novella ci viene presentata la Firenze duecentesca in cui brigate e simili organizzazioni erano molto comuni. [è un rilievo un po' limitato; propongo un'estensione del tema]:

La narratrice sottolinea essere scomparso, a metà Trecento, l'uso di riunirsi in brigate da parte della popolazione maschile di Firenze. Questa circostanza vale a documentare un mutamento di clima sociale, che a fine Duecento era molto vivace, nel bene e nel male. Sappiamo infatti quanto fossero aspre le contrapposizioni tra parti politiche opposte (guelfi e ghibellini, per citare le principali), che non esitavano a affrontarsi sul campo e eliminarsi. Le brigate, invece, rappresentano il risvolto appunto positivo, almeno fino a un certo punto, di questa tendenza a riunirsi: i componenti di esse si ritrovano per via di affinità e di coinvolgimento in iniziative per lo più ludiche, d'intrattenimento e festeggiamento. Dopo un cinquantennio, tale è la distanza che intercorre fra l'ambientazione della novella e la sua narrazione, il clima fiorentino è mutato, sicuramente anche per via della pestilenza, che ha ridotto fino all'annullamento le relazioni tra esseri umani.
  • Il tema del volo, della leggerezza del salto di Cavalcante ha probabilmente un significato più profondo di quel che possa sembrare, secondo : a questo proposito, ad esempio Italo Calvino infatti, rileva come la leggerezza rappresentai il l’innalzarsi a un livello ancora superiore alla morte, poiché secondo Calvino  la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto. 
Aggiungo: L'intuizione di Calvino si riferisce in particolare al senso della leggerezza contrapposta alla pesantezza. Nella novella, a essere pesanti sono i frivoli, chiassosi, superficiali componenti della brigata, che non si peritano di violare la pace di un cimitero andando proprio lì a dare briga alla loro vittima prescelta. La quale, essendo incarnata da un personaggio provvisto di intelligenza fuori dal comune, ha agio non solo di rendere del tutto inefficace l'aggressione, ma anche di ribaltare del tutto la situazione: a fare la parte delle vittime della sua sottile offesa, sono proprio quelli che pensavano di essere più forti di lui.
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Andreuccio da Perugia, V, II

Giacomo

Andreuccio da Perugia è la quinta novella della seconda giornata La quinta novella della II giornata è dedicata al mercante Andreuccio da Perugia. La regina di questa giornata è Filomena, mentre la narratrice è Fiammetta. Il tema di questa giornata sono le avventure a lieto fine.

La novella inizia con la presentazione di un mercante di nome Andreuccio di Pietro di Perugia, che va a Napoli per comprare un cavallo con cinquecento Ffiorini. Andreuccio non riesce a comprare nulla, ma, mentre passava per il mercato incontra una sua vecchia serva e le spiega del perchè era li. Vedendo i cinquecento fiorini una prostituta siciliana si incuriosisce del mercante e va a parlare con la serva chiedendole informazioni su di lui. Andreuccio torna all’ albergo, ma, mentre tornava, una serva della prostituta gli dice che è invitato a casa della donna e lui accetta l’ invito pensando che lei si sia innamorata di lui. viene riconosciuto da una vecchia donna, che gli si avvicina chiamandolo per nome e si fa riconoscere: anche Andreuccio la riconosce e si salutano affettuosamente. La donna, prima dell'incontro, s'accompagnava con un una bella ciciliana, che di mestiere fa la meretrice, la quale aveva subito adocchiato i soldi di Andreuccio e pensato in cuor suo che le avrebbero fatto molto comodo. Durante l'incontro ella si scosta dai due, ma poi, appena allontanatosi Andreuccio, pone molte domande alla vecchia in modo da avere più informazioni possibili sulla famiglia di Andreuccio. Nel pomeriggio, quindi, fa in modo che la vecchia abbia molto da fare, e invia all'albergo di Andreuccio una giovane serva, affinché inviti il giovane a casa sua. Caso vuole che all'incontro nessuno assista e che Andreuccio si metta subito in mente che la misteriosa signora che lo invita a casa sua si sia invaghita di lui al primo sguardo. Non gli viene quindi in mente che possa trattarsi di trabocchetto. Arrivato a casa sua la donna è molto accogliente Non si preoccupa nemmeno quando, avendo deciso di seguire la servetta e di recarsi subito a casa della donna, arriva in un quartiere decisamente malfamato (si chiama Malpertugio): qui, trova ad accoglierlo, in cima alla scala di una casa, in abbigliamento elegante la bella ciciliana che lo accoglie calorosamente, non lesinando baci, carezze e lacrime, sostenendo di essere e gli dice che lei è sua sorella illegittima. I due si misero a chiacchierare chiacchierano fino a tardi finchè non andarono a dormire, sicché Andreuccio viene invitato a restare dormire da lei, con la scusa che le vie di Napoli, la notte, siano poco sicure. Il mercante a un certo punto andò in bagno ma le assi di legno si ruppero e cadde in un vicolo tutto sporco spinto da un bisogno naturale, deve utilizzare un chiassetto, dove è stata predisposta una trappola per lui: cade infatti nel vuoto, atterrando in mezzo agli escrementi. Credendo ancora nella buona fede della sua ospite, cerca di rientrare in casa, ma ; cercando di rientrare in casa della signora fece rumore e svegliò crea solo un grande scompiglio nel il vicinato che pensando fosse un malvivente gli urlò contro. e viene allontanato in malo modo. Andreuccio allora decise di andare nel mare per pulirsi ma, sentendo due persone arrivare si nascose in una casa pensando fossero malviventi. Queste due persone entrarono nella casa e sentendo un mal odore sgradevole si accorsero della presenza di Andreuccio, quest'ultimo gli il quale raccontò loro tutta la storia e loro gli dissero che per poi scoprire che si trattava di malviventi, che stavano andando a saccheggiare depredare la tomba dell’ arcivescovo. e lui si unì.  Costretto a rimanere con loro, subisce ancora una vicissitudine, prima di ritrovare i ladri e unirsi suo malgrado a loro per compiere il furto in chiesa.

Il mercante alla fine si andò a lavare in un pozzo, ma i due ladri sentendo delle guardie arrivare scapparono e lui rimase bloccato. Riuscì ad uscire grazie all’aiuto delle guardie, ma rimase solo finché non rincontrò i due ladri. I tre si diressero verso la tomba e non sapendo chi far scendere nella tomba minacciarono Andreuccio, quest’ultimo scese ,ma, avendo paura di venire fregato dai due ladri si tenne l’anello prezioso dell’ arcivescovo e diede il resto delle ricchezze ai ladri; questi non vedendo l’anello chiusero Andreuccio nella tomba e scapparono. Il mercante pensava di morire li dentro, finchè degli altri ladri aprirono la tomba e lui aggrappandosi alla gamba di uno di questi li spaventò e riuscì a fuggire.Una volta giunti all'arca che contiene il corpo dell'arcivescovo e svariati oggetti preziosi, i ladri costringono Andreuccio a calarsi in essa, dicendogli in particolare di togliere dal dito del cadavere un anello preziosissimo, principale motivo del furto. Andreuccio, reso accorto dagli eventi, si guarda bene dal darlo, immaginando che, una volta ottenutolo, i ladri lo chiudano nell'arca, lasciando abbassare il pesante coperchio di marmo che la richiude. I ladri lo fanno comunque, dopo aver ricevuto ogni altro prezioso vestimento del vescovo, e Andreuccio resta prigioniero col cadavere, ma in possesso del prezioso anello. Quando pensa di essere ormai condannato a morte sicura, dato che col far del giorno qualcuno avrebbe sicuramente notato la violazione della tomba e scoperto la sua presenza, una seconda banda di ladri, guidata dal sagrestano, si appresta a rubare il famoso anello. Andreuccio però, molto astutamente, attende che l'uomo metta una gamba nell'arca e gliela tira con tutte le forze, procurandogli un enorme spavento e inducendo alla fuga l'intera banda. Può così uscire fuori con l'anello, che lo ricompensa del tutto dei denari perduti in casa della cosiddetta sorella.

Questa è una novella di formazione infatti possiamo vedere come Andreuccio all’ inizio sia ingenuo e si faccia ingannare più volte, prima dalla prostituta e poi dai ladri, ma poi cambia man mano che la novella continua e usando l’ intelligenza  non dà l’anello ai ladri tornando a casa con più soldi di prima. In maniera molto graduale, la novella segue il percorso di formazione di Andreuccio, che per due terzi della narrazione svolge la funzione dello stolto credulone, che confida moltissimo in sue supposte capacità e virtù (si crede, ad esempio, un bel ragazzo, capace di conquistare una signora al primo sguardo). A forza di subire angherie, da quella di essere ricoperto di liquami, alla perdita totale dei beni, al tradimento dei ladri, sviluppa una capacità di autodifesa e di reazione, che gli permette addirittura il soprassalto d'ingegno finale, grazie al quale ribalta l'incresciosa situazione in cui si è trovato e ottiene un successo persino superiore alle aspettative. In ogni caso, come suggerisce cautelativamente l'oste dell'albergo al quale racconta gli eventi occorsi, melgio per lui ritornare alla svelta a Perugia.

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Calandrino e la bella Niccolosa, V, IX

Lorenzo P.


Narratore: Fiammetta, giornata destinata a racconti liberi 

La storia inizia con la presentazione di un fiorentino molto ricco, Niccolò Cornacchini,  che dopo essersi fatto realizzare una villa cercava qualcuno che gliel’affrescasse. Cornacchini si rivolse a Bruno e Buffalmacco per aiutarlo con il lavoro,  successivamente i due si chiesero aiuto a Calandrino e Nello, per aumentare la forza  lavoro. 

La villa normalmente era vuota, perché Cornacchini si sarebbe trasferito solamente  dopo la conclusione dei lavori, ma a volte andava il figlio Filippo accompagnato da  donne per divertirsi. 

Un giorno Filippo portò con sé Niccolosa, una donna molto molto bella. Vedendola la  prima volta in giardino, Calandrino rimase esterrefatto e gli parve che gli sguardi che  Niccolosa gli rivolgeva fossero di pure amore. Si sbagliava, perché lei, vedendo  Calandrino perso per follemente innamorato di lei, lo illudeva solo per divertirsi. 

Calandrino, ritornando da Bruno, gli raccontò l’accaduto, esponendogli la sua preoccupazione, perché credeva che Niccolosa fosse la moglie di Filippo. Bruno rassicurò Calandrino dicendogli di non rivelare questo amore a Nello, perché  era un parente di Tessa, la moglie di Calandrino, dicendogli anche che lo avrebbe  aiutato a conquistarla. 

Bruno si recò poi dagli altri e raccontò tutto, anche a Filippo e Niccolosa. Decisero perciò di  fare uno scherzo a Calandrino per metterlo in ridicolo. 

Bruno confermò a Calandrino che Niccolosa era la moglie di Filippo. Verso sera, quella  stessa giornata, Calandrino ed i suoi amici videro Niccolosa e Filippo nel giardino, dove  Calandrino, per attirare l’attenzione di Niccolosa, iniziò a fare il ridicolo buffonate davanti agli  amici. Niccolosa, corteggiandolo, lo esortò a continuare, mentre Filippo faceva finta di  non vedere. Ascoltava Calandrino che cantava alcune canzoni d’amore e, per due mesiCalandrino continuò il corteggiamento. 

Verso la conclusione dei lavori, Calandrino era disperato perché non sapeva se avrebbe  mai passato almeno una notte con Niccolosa. Bruno allora si propose di aiutarlo e disse a Calandrino di trovare delle cose una serie di oggetti inanimati e animali, per creare un rotolo amuleto dai magici poteri magico che avrebbe fatto  innamorare follemente Niccolosa. Calandrino era ben determinato e si affrettò a procurare tutto il necessario a Bruno. Bruno, quindi, fece compose solennemente una scritta magica e spiegò a Calandrino  come procedere. Allo stesso tempo Nello ritornò a Firenze, dove parlò con Tessa, spiegandoglile questo amore segreto di suo marito con una prostituta che suo marito intratteneva una relazione con una prostituta e , raccomandandoglile di andare alla villa il più velocemente possibile per incontrare suo marito. Sapendo Messo al corrente dell’arrivo di Tessa alla villa, Filippo fece finta di andare via, creando  un’occasione perfetta per Calandrino, che, sfruttando le finte procedure date da magiche suggerite daBruno  avrebbero fatto innamorare follemente Niccolosa.

Lei però al corrente di tutto Naturalmente quest'ultima, in quanto complice della beffa, finse di essere in effetti innamorata di lui, fino a quando  Tessa, entrando nel fienile, la vide Niccolosa in braccio al marito e iniziò a menarlo graffiargli la faccia e a vituperarlo, mentre  gli altri lo guardavano ridendo. Alla fine della storia Calandrino tornò a Firenze assai malconcio con la  moglie molto alterata ancora furibonda e intenta a rimproverarlo.  

Questa novella è stata scritta appositamente per intrattenere e far ridere il lettore.  Questo si nota soprattutto nell’inversione dei ruoli di chi si arrabbia tra Calandrino e la  moglie. Dalla novella si trae anche la raccomandazione di non fidarsi mai di nessuno completamente, neanche degli amici e delle cose che sembrano troppo belle per essere  vere. [trovo sia un po' discutibile un'interpretazione morale in una novella così scanzonata ]

Altro commento: La novella appartiene alla serie di quelle dedicate a Calandrino, sempre beffato, e ai suoi compari, viene da dir meglio falsi amici, Bruno e Buffalmacco. In questa avventura, però, volta evidentemente a divertire con leggerezza ascoltatori e lettori, Calandrino non si sfoga alla fine con la moglie Tessa, ma viene da lei aspramente rimproverato e persino maltrattato fisicamente. Siamo quindi di fronte a un capovolgimento, precisamente della misoginia che caratterizza, in maniera scherzosa, le parti conclusive di queste novelle delle beffe. D'altronde Calandrino sembra proprio meritare questa sorta di accanimento nei suoi riguardi: non è solo stolto, ma anche disonesto e approfittatore. Davvero una sorta di caricatura dell'ingenuo, al quale si suole di solito riconoscere una certa bontà d'animo, che invece non si manifesta mai in Calandrino: di lui si capisce che, se solo fosse più astuto, potrebbe fare molto male agli altri.

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Bernabò e Zinevra, IX novella della II giornata

Stefano

La seconda giornata cade di giovedì e la regina è Filomena. Non è stato deciso un vero e proprio tema per le storie, ma tutte devono avere un inizio sfortunato e una fine gioiosa. 

La regina inizia a raccontare la storia dicendo che si svolge a Parigi. Più precisamente in un hotel [il termine ha iniziato a essere utilizzato solo nell'Ottocento;]albergo, dopo cena, tra famosi mercanti seduti al tavolo a ragionare su diversi argomenti. Ad un certo punto si comincia a parlare delle proprie mogli, che sono alle rimaste nelle loro case, e della loro fedeltà e della loro castità. Tutti gli uomini sono pessimisti: sono sicuri che le loro donne non riescano ad aspettare troppo tempo prima di senza provare piacere e perciò sono sicuri che non riescano a resistere. Un uomo, Bernabò Lomellin da Genova, il protagonista della novella, è invece sicuro che la sua donna, Zinevra, gli sia fedele. Fa un gran ritratto Al fine di renderne persuasi i presenti, la ritrae utilizzando termini molto laudativi: di lei: 

…  affermando, sé di spezial grazia da Dio avere una donna per moglie la piú compiuta di tutte quelle vertú che donna o ancora cavaliere, in gran parte, o donzello dèe avere, che forse in Italia ne fosse un’altra: per ciò che ella era bella del corpo e giovane ancora assai e destra ed atante della persona, né alcuna cosa era che a donna appartenesse, sí come di lavorare lavorii di seta e simili cose, che ella non facesse meglio che alcuna altra...

... la commendò meglio saper cavalcare un cavallo, tenere uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione che se un mercatante fosse: e da questo, dopo molte altre lode, pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con saramento, niuna altra piú onesta né piú casta potersene trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che, se egli diece anni o sempre mai fuori di casa dimorasse, che ella mai a cosí fatte novelle non intenderebbe con altro uomo...

Una volta ascoltata questa descrizione, il secondo protagonista, Ambruogiuolo da Piagenza, dopo una gran risata, comincia quindi a fare discorsi generalisti e cerca di convincere Bernabò che anche Zinevra sia come le altre. I due uomini allora fanno una scommessa: Bernabò dovrà dei soldi ad Ambrogiuolo se quest’ultimo scoprirà un ipotetico tradimento da parte di sua moglie. In caso questo tradimento non ci fosse, allora Ambrogiuolo dovrà dare dei soldi a Bernabò.

Per provare a vincere la scommessa, l’uomo parte subito per Genova. Una volta arrivato a casa di Zinevra, fa a patti s'accorda, corrompendola con denaro, con la sua domestica una povera donna che ha molta dimestichezza con la padrona di casa, e riesce a nascondersi in un baule. Ogni volta che la donna moglie di Benabò esce, Ambrogiuolo studia nei minimi particolari la casa. Capisce che la donna è davvero fedele e decide quindi di vincere la scommessa con l’inganno. Un giorno, da nascosto, riesce a notare un neo sotto il seno della donna, un particolare che nessuno può conoscere se non un amante.

Decide quindi di tornare a Parigi e lo fa portando con sé anche dei vestiti e un anello che ha rubato. Racconta tutto a Con queste prove, che sono in realtà frutto d'inganno e volte a ingannare, mette alle strette Bernabò, che gli aggiudica la vittoria e che decide di vendicarsi ferocemente di Zinevra. Affida ad un amico famigliare di cui ha piena fiducia l’incarico di ucciderla, ma a questo, una volta arrivato dalla donna, viene spiegata la verità e quindi non la uccide. ma costui s'impietosisce a udirla parlare, in particolare nel momento in cui la minaccia direttamente e le riporta l'ordine di ucciderla ricevuto dal marito. Così si dispone a una messinscena dal duplice scopo: risparmiare la donna e Serve però far credere a Bernabò che sua moglie sia morta; perciò così, lei dà i suoi vestiti all’amico del mercante per usarli come prova del suo delitto. mentre lui porta a Bernabò gli abiti della donna come prova della morte inflittale, lei indossa alcuni abiti maschili dell'uomo.

Successivamente Zinevra decide quindi di cambiare occultare permanentemente il suo aspetto femminile, travestendosi da marinaio. Riesce anche ad entrare a far parte di un’imbarcazione imbarcarsi presentandosi come Sicurano e, giunta ad Alessandria [d'accordo tagliare corto, ma qualche dettaglio in più ci vuole] e crea un buon rapporto con il Sultano che, un giorno, decide di mandarla a una fiera. Lì incontra Ambrogiuolo con i suoi vestiti e riconosce tra le mercanzie in vendita una cintura e suoi gioielli, sicché e, incuriosita, comincia a farsi spiegare il più possibile dall’uomo che gli spiega a poco a poco racconta tutto quello che è accaduto con tutta la storia di un certo Bernabò e di una certa Zinevra.

Zinevra capisce, a questo punto, cosa le è successo nell’ultimo periodo ha determinato la decisione, fino a quel momento per lei inspiegabile, di ucciderla da parte del marito. Dopo aver svelato il suo vero aspetto, grazie anche al contributo del Sultano [questo dettaglio è importante], obbliga Ambrogiuolo a raccontare tutta la verità a Bernabò, che verrà perdonato.

La storia finisce quindi con un lieto fine per la coppia poiché i due tornano insieme. Ambrogiuolo invece viene legato ad un palo e viene giustiziato. sottoposto a una crudelissima morte: cosparso di miele, è divorato a morte da mosche, vespe e tafàni.

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Nastagio degli Onesti, V, VIII

Davide

Nastagio degli Onesti è l’ottava Novella della Quinta giornata, dedicata agli amori felici. Narra, per bocca di Filomena, del ricco borghese Nastagio e del suo amore non corrisposto per la figlia del nobile Paolo Traversi. troppo più nobile di lui, ma anche Nastagio è nobile]

Nel tentativo di dimenticare il suo dolore Nastagio lascia Ravenna e si reca a Chiassi. Qui, durante una passeggiata in un bosco, assiste a una scena violenta: una giovane donna viene inseguita e poi uccisa da un cavaliere vestito di nero. L’orrore della scena aumenta quando la donna viene anche sbranata dai cani del cavaliere. 

Nastagio, sconvolto da quanto visto, cerca di soccorrere la donna e di capire cosa abbia scatenato la furia del cavaliere. Viene così a scoprire che si tratta di una “punizione divina” per entrambi. Il cavaliere infatti, spinto dal dolore causato dall’amore non corrisposto, si era suicidato. Per questo motivo alla donna toccava la tragica sorte di una morte violenta e a lui la dannazione di cacciarla e ucciderla. Questo Naturalmente, come per tutte le punizioni infernali, l'evento si riproduce in eterno.

Nastagio rivede vede riflessa la sua storia nelle parole del Cavaliere, così decide di organizzare una festa proprio nei pressi dove si aveva assistito alla scena nelle vicinanze del luogo in cui la caccia, ogni giorno, diventava visibile, pur essendo un evento metafisico. L’invito principale è proprio per la donna da lui amata che, vedendo la scena, capisce quale potrebbe essere il suo destino ultraterreno, e si convince a sposare Nastagio.

I temi principali di questa novella sono l’amore e l’intelligenza

L’amore per Boccaccio è soprattutto amore che porta al piacere collegato con il piacere, da intendersi sia in senso spirituale sia fisico. A riprova di questo si può pensare alla dedica alle donne che compare a inizio del Decameron. Anche solo la narrazione che riguardi il tema dell'amore può rendere piacevole l'esistenza, nonché offrire un lenimento, una consolazione, nel caso in cui l'amore (come non di rado avviene) provochi sofferenza. . Un piacere come benessere generale ma anche un piacere più carnale. [è un tema importante, non si può liquidare così in fretta anche se si vuole mantenersi a un livello generale]

L’amore, che all’inizio della novella è quello tormentato di Nastagio, alla fine del racconto diventa quello felice dei due sposi che risolvono la situazione con “intelligenza”. 

L’intelligenza infatti serve all’amore. Nastagio con intelligenza sfrutta quanto scoperto nel bosco l'evento metafisico della caccia infernale, un evento meraviglioso che sembra concepito per offrire a lui una possibilità di svolta esistenziale, per attirare a sé e convincere la sua amata a ricambiare il suo sentimento. 

La donna, anch’essa intelligente, capisce che pur essendo lei di discendenza nobile può accettare l’amore di un uomo non nobile ma sincero e buono.

Altro tema che si intravede è quello della paura.

La paura di Nastagio quando assiste alla scena della giovane donna sbranata dai cani, ma soprattutto la paura della nobildonna che accetta di sposarsi per non rischiare di subire le atrocità a cui assiste nella scena del bosco. In questo caso si può azzardare e dire che l’amore della donna nasce proprio dalla paura. Aggiungerei: La novella suggerisce una riflessione che abbia come oggetto i moventi delle azioni e decisioni umane. Lo suggerisce proprio la conclusione che suona così: E non fu questa paura cagione solamente di questo bene, anzi sí tutte le ravignane donne paurose ne divennero, che sempre poi troppo piú arrendevoli a’ piaceri degli uomini furono che prima state non erano. Si tratta di una riflessione pervasa di leggerezza, che permette di non conferire un significato moralistico a tutto il racconto. Certo, la paura (della punizione divina, tra l'altro) è dichiaratamente il movente della decisione di sposare Nastagio, ma induce anche le ravignate donne a essere troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini di quanto non fossero prima. Dovremmo quindi ammettere che a Dio (quel Dio che ha concepito l'inferno, con la sua rigida impostazione) interessi che le donne procurino, a sé e agli uomini, piacere...Il testo lo suggerisce, quindi, per sortire un effetto scherzoso, perché gli ascoltatori ne sorridano. 

I protagonisti. 

I protagonisti sono Nastagio e la sua amata. 

Il primo è un ricco borghese, ma allo stesso tempo buono e gentile, che cerca di migliorare la sua posizione sposando una nobile. 

Alla donna, figlia del nobile Traversi, non viene nemmeno dato un nome (poco importante). La definiscono solo degli aggettivi: orgogliosa e selvatica” all’inizio della novella e “sensibile e comprensiva” alla fine della novella così da sottolinearne l’intelligenza dovuta dalla disponibilità a cambiare il suo atteggiamento verso Nastagio. [troppo schematico, non approfondisce nulla, fornisco esempio solo impostato. Di Nastagio si conoscono, in quanto forniti con dovizia, dettagli che concernono la famiglia e lo stato dei suoi beni, decisamente cospicui. Lo status, per quanto nobile. non è paragonabile a quello della fanciulla di cui s'innamora, che appartiene a una famiglia di nobiltà elevata. Il dettaglio della ricchezza di Nastagio è sicuramente funzionale all'impostazione iniziale del racconto: egli è disposto, anche in contrarietà rispetto ai consigli dei suoi parenti, a spendere moltissimo pur di conquistare colei che viene all'inizio qualificata con pochi aggettivi, volti a descriverla come altezzosa e disdegnosa. Nel seguito della narrazione, Nastagio non subisce cambiamenti sostanziali nel modo di comportarsi: quando gli si offre l'occasione di sfruttare l'evento metafisico a suo vantaggio, ricorre a una messinscena corrispondente ai suoi costumi, organizzando un banchetto al quale invita la fanciulla. Quest'ultima invece nella novella subisce una metamorfosi: la paura, come si è detto, la rende acquiescente alla richiesta di nozze. Un miracolo promosso da circostanze fortuite, al quale fa seguito un'esistenza felice per entrambi.]

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Frate Cipolla

Martina

Analisi della decima novella della sesta giornata del Decameron

Regina della sesta giornata del Decameron di Boccaccio è Elissa, che decide il tema della giornata: motti arguti o alzate d’ingegno che hanno permesso a qualcuno di togliersi da gravi impacci.

Il narratore della decima novella della giornata è Dioneo, il dissoluto, colui che più di ogni altro possiede quell’estro e originalità che gli permettono di esprimere in maniera sublime la libertà narrativa e dunque costruire scene contorte e dal contenuto spesso intricato vicende complicate, ai limiti dell’astruso, e caratterizzate da continue impennate narrative. 

Nell’introduzione generale e nella presentazione del narratore che la segue è sintetizzato in minima parte il contenuto:

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

[…] Intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo un de’ frati di santo Antonio fuggisse uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrá esser grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il quale è ancora a mezzo il cielo.

Da questa prima introduzione contenutistica svolta proposta  dal narratore è possibile cogliere macroscopicamente la tematica su cui la novella indugerà maggiormente: la grande capacità di retore di Frate Cipolla, uno dei frati di Sant’Antonio. Frate Cipolla era un ladro di strada, piccolo di statura, con la barba rossa e il viso sereno. Era ignorante, ma con un’ottima capacità oratoria, al punto che chiunque, non conoscendolo, avrebbe potuto trarre pensare che fosse uomo di lettere.

sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran rettorico l’avrebbe estimato, ma avrebbe detto esser Tullio medesimo o forse Quintiliano

Il frate, come ogni anno, si reca a Certaldo per riscuotere le elemosine dei fedeli per il santo. Durante la messa domenicale il frate rivela che quell’anno ci sarebbe stata una lieta novità. Avrebbe infatti mostrato a tutti i fedeli la penna, la piuma,  dell’Arcangelo Gabriele. 

Di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia la quale io medesimo già recai dalle sante terre d’oltremare: e questa è una penna dell’agnol Gabriello la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazarette. 

Sentita la predicazione di Frate Cipolla due giovani astuti di nome Giovanni del Bragoniere e Biagio Pizzini scherniscono il frate per la sua reliquia e decidono di tendergli una beffa. 

Dopo aver raccolto informazioni riguardo le disposizioni per la serata di Cipolla (il quale sarebbe andato da un suo amico) composero in maniera impeccabile il loro piano: Biagio avrebbe intrattenuto il fante di frate Cipolla, chiamato in molti modi tra i quali figura Guccio Imbratta, e nel frattempo Bragoniere avrebbe cercato nelle bisacce del frate la reliquia del santo e se ne sarebbe impossessato. In questo modo i due volevano osservare divertirsi a vedere quale sarebbe stata la reazione di Cipolla dinanzi alla folla. 

Tuttavia Dio vuole che il fante di Cipolla sia un personaggio con nove cose (per riassumerle dignitosamente con quella che è una delle sequenze di aggettivi rimati più famosa) che lo rendono insulso e privo di qualsiasi pregio: 

Il fante mio ha in sé nove cose tali, che, se qualunque è l’una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertú, ogni lor senno, ogni lor santitá. […]— Dirolvi. Egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato.

Nonostante le raccomandazioni del frate al suo servo riguardo la responsabilità di controllare le bisacce Guccio, incline al corteggiamento, si intrattiene con la cuoca e lascia scoperto trascura il suo incarico. 

I due giovani riescono dunque facilmente a entrare nella camera di Cipolla e, trovando la penna, decidono di prenderla e riempire la scatola con pezzi di carbone. 

Arrivata il momento della messa, e trovata la sorpresa sotto gli occhi dei carboni, il frate riesce abilmente a trovare una soluzione a l'incresciosa situazione creatasi. Inizia a narrare del suo pellegrinaggio da un patriarca che gli ha dato in dono numerose reliquie. Nel suo viaggio Cipolla cita luoghi che alludono a territori del lontano Oriente, ma che in realtà sono località vicine a Firenze. Il suo discorso sarà è costruito con un linguaggio tutto antifrastico, caricaturale, funambolesco, anfibologico e che inganna chi ascolta. Ricco infatti di cose semplici che suonano grandiose e straordinarie riferimenti del tutto comuni, che suonano però, per via di funambolesca retorica, straordinarie. 

Frate Cipolla cita numerose regioni con nomi parlanti quali Truffia, Buffia, Menzogna e molte altre località che alludono addirittura al campo ambito godereccio e sodomita. 

Una volta arrivato dal patriarca, Cipolla dice racconta di avergli donato la copia di Monte Morello (località vicina a Firenze e che riconduce nuovamente alla sfera sodomita) e addirittura la traduzione in volgare di capitoli di un certo Caprezio (nome inventato). Il patriarca decide quindi di donargli alcune tra le sante reliquie, tra le quali figura il carbone con il quale è stato arso il corpo di San Lorenzo, che Cipolla conserva in una scatola simile a quella in cui custodisce la penna dell’Arcangelo. 

Ed ecco dunque spiegato l’inconveniente che si dimostra tuttavia essere, così il frate dice, un vero e proprio operato di Dio, il quale ha voluto che ad essere esposto in quella giornata, così vicina alla festa di San Lorenzo fosse proprio il carbone e non la penna dell’Arcangelo. 

Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontá sia stata di Dio e che egli stesso la cassetta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandomi io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì.

Così, dopo la predica, rivela anche che quei carboni avevano la qualità di far svanire la possibilità di essere coinvolti in incendi, e la folla ne approfitta per recarsi dinanzi alla reliquia e fare numerose donazioni. 

I due giovani alla fine restituiscono la penna al frate in quanto egli si è dimostrato molto abile a uscire dalla situazione incresciosa. 

Da tenere in mente, per valorizzare al massimo nella lettura più scrupolosa e incentrata sull’analisi è il narratore: Dioneo, le cui novelle criptiche e antifrastiche diventano concentrati di tematiche da indagare a fondo. 

Frate Cipolla, nel discorso che improvvisa dinanzi alla folla è fautore latore di un capolavoro oratorio. Costruito sullAvvalendosi dell’antifrasi il frate cita toponomastiche di fantasia e che hanno significati o completamente opposti o che non hanno nulla a che fare rispetto alla con l’ambito sacrale sacralità. L’inganno, la beffa che i due giovani pensano di presentare al frate verrà riservita restituita da Cipolla su un piatto d’argento, offerto a tutti i credenti che nulla sanno riguardo l’ambigua genesi del discorso che stanno udendo e a cui stanno attribuendo determinati significati religiosi. 

Non manca inoltre l’espressivismo furbesco carnascialesco, anch’esso intriso di piacere del rovesciamento. Nel suo intervento Frate Cipolla utilizza un linguaggio e un gergo che permettono l’antifrasi, il doppio senso, la resa straordinaria e meravigliosa delle semplici e comuni cose e dunque l’allusione sacra a cui i fedeli sono furbamente portati dal loro frate, di cui ingenuamente si fidano. 

Basti pensare in primo luogo ai nomi delle tappe del viaggio citate dal frate:  Porcellana è l’insieme di vie ed ospedali di Firenze, ma anche nome di improperio, Truffia e Buffia sono nomi parlanti, termini evidenti della malavita, e poi le forme gergali come Vanni in zoccoli su pe’ monti; Portano il pan nelle mazze e il vin nella sacca che alludono a una descrizione che potrebbe avere a che fare con i costumi esotici, ma in realtà sono espressioni gergali plebee che hanno a che fare con la sfera sessuale;  Pastinaca potrebbe alludere a spezie indiane, quando invece si riferisce alla quantità di stoltezze sciocchezza di cui è pervaso  tutto il discorso, e altre ancora, tutte con metafore volgari, storpiature latine, nomi di ecclesiastici dal particolare significato (padre Messer Nonmiblasmete Sevopiace -non mi biasimate per favore).   

Frate Cipolla, dunque, riesce sapientemente a non toccare neanche il confine di luoghi sacri diventare blasfemo, pur facendosi beffe dei fedeli.

Saper fingere, alla fine, si rileva essere la sua dote, che è anche l’arte mistificatoria propria  dell’uomo di chiesa che arriva a sostenere che quel carbone del caminetto, finito lì per un intruglio intrigo beffardo, sia addirittura portare frutto di miracoli divini. 

Il merito che i due giovani gli riservano riconoscono alla fine, per stimare in ogni caso la modalità con la quale Cipolla è riuscito a beffarsi degli altri anziché rimaner beffato lui, non è altro se non sentimento di onore rispetto per il prete, o sarebbe meglio dire per l’uomo, che si comporta astutamente dinanzi al disguido e che preferisce salvarsi con qualche stratagemma e mistificazione pur di rivelare la verità e pur di mantenere alto il valore dell’abito che porta (senza il quale sarebbe palesemente un povero disgraziato)

Il discorso raggiunge l’acme nel momento in cui il frate sostiene addirittura che lo scambio accidentale delle due scatolette sia stato alla fine una buona cosa, e che Dio nella sua magnificenza abbia voluto che le cose andassero così di modo che ad essere esposti fossero i carboni di San Lorenzo la cui festa si stava avvicinando.

Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontá sia stata di Dio e che egli stesso la cassetta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandomi io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. 

Traspare qui anche  l’aspetto l’abilità nel ricorso al plurilinguismo  plurilinguistico caro al Boccaccio e più in generale l’inno all’intelligenza umana che con tono canzonatorio diventa, nella novella di Dioneo, re delle capriole,  un inno alla capacità oratoria di un frate che di religione non si cura. 

Martina 

3 SA

Analisi della decima novella della sesta giornata del Decameron

Regina della sesta giornata del Decameron di Boccaccio è Elissa, che decide il tema della giornata: motti arguti o alzate d’ingegno che hanno permesso a qualcuno di togliersi da gravi impacci.

Il narratore della decima novella della giornata è Dioneo, il dissoluto, colui che più di ogni altro possiede quell’estro e originalità che gli permettono di esprimere in maniera sublime la libertà narrativa e dunque costruire scene contorte e dal contenuto spesso intricato vicende complicate, ai limiti dell’astruso, e caratterizzate da continue impennate narrative. 

Nell’introduzione generale e nella presentazione del narratore che la segue è sintetizzato in minima parte il contenuto:

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

[…] Intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo un de’ frati di santo Antonio fuggisse uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrá esser grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il quale è ancora a mezzo il cielo.

Da questa prima introduzione contenutistica svolta proposta  dal narratore è possibile cogliere macroscopicamente la tematica su cui la novella indugerà maggiormente: la grande capacità di retore di Frate Cipolla, uno dei frati di Sant’Antonio. Frate Cipolla era un ladro di strada, piccolo di statura, con la barba rossa e il viso sereno. Era ignorante, ma con un’ottima capacità oratoria, al punto che chiunque, non conoscendolo, avrebbe potuto trarre pensare che fosse uomo di lettere.

sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran rettorico l’avrebbe estimato, ma avrebbe detto esser Tullio medesimo o forse Quintiliano

Il frate, come ogni anno, si reca a Certaldo per riscuotere le elemosine dei fedeli per il santo. Durante la messa domenicale il frate rivela che quell’anno ci sarebbe stata una lieta novità. Avrebbe infatti mostrato a tutti i fedeli la penna, la piuma,  dell’Arcangelo Gabriele. 

Di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia la quale io medesimo già recai dalle sante terre d’oltremare: e questa è una penna dell’agnol Gabriello la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazarette. 

Sentita la predicazione di Frate Cipolla due giovani astuti di nome Giovanni del Bragoniere e Biagio Pizzini scherniscono il frate per la sua reliquia e decidono di tendergli una beffa. 

Dopo aver raccolto informazioni riguardo le disposizioni per la serata di Cipolla (il quale sarebbe andato da un suo amico) composero in maniera impeccabile il loro piano: Biagio avrebbe intrattenuto il fante di frate Cipolla, chiamato in molti modi tra i quali figura Guccio Imbratta, e nel frattempo Bragoniere avrebbe cercato nelle bisacce del frate la reliquia del santo e se ne sarebbe impossessato. In questo modo i due volevano osservare divertirsi a vedere quale sarebbe stata la reazione di Cipolla dinanzi alla folla. 

Tuttavia Dio vuole che il fante di Cipolla sia un personaggio con nove cose (per riassumerle dignitosamente con quella che è una delle sequenze di aggettivi rimati più famosa) che lo rendono insulso e privo di qualsiasi pregio: 

Il fante mio ha in sé nove cose tali, che, se qualunque è l’una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertú, ogni lor senno, ogni lor santitá. […]— Dirolvi. Egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato.

Nonostante le raccomandazioni del frate al suo servo riguardo la responsabilità di controllare le bisacce Guccio, incline al corteggiamento, si intrattiene con la cuoca e lascia scoperto trascura il suo incarico. 

I due giovani riescono dunque facilmente a entrare nella camera di Cipolla e, trovando la penna, decidono di prenderla e riempire la scatola con pezzi di carbone. 

Arrivata il momento della messa, e trovata la sorpresa sotto gli occhi dei carboni, il frate riesce abilmente a trovare una soluzione a l'incresciosa situazione creatasi. Inizia a narrare del suo pellegrinaggio da un patriarca che gli ha dato in dono numerose reliquie. Nel suo viaggio Cipolla cita luoghi che alludono a territori del lontano Oriente, ma che in realtà sono località vicine a Firenze. Il suo discorso sarà è costruito con un linguaggio tutto antifrastico, caricaturale, funambolesco, anfibologico e che inganna chi ascolta. Ricco infatti di cose semplici che suonano grandiose e straordinarie riferimenti del tutto comuni, che suonano però, per via di funambolesca retorica, straordinarie. 

Frate Cipolla cita numerose regioni con nomi parlanti quali Truffia, Buffia, Menzogna e molte altre località che alludono addirittura al campo ambito godereccio e sodomita. 

Una volta arrivato dal patriarca, Cipolla dice racconta di avergli donato la copia di Monte Morello (località vicina a Firenze e che riconduce nuovamente alla sfera sodomita) e addirittura la traduzione in volgare di capitoli di un certo Caprezio (nome inventato). Il patriarca decide quindi di donargli alcune tra le sante reliquie, tra le quali figura il carbone con il quale è stato arso il corpo di San Lorenzo, che Cipolla conserva in una scatola simile a quella in cui custodisce la penna dell’Arcangelo. 

Ed ecco dunque spiegato l’inconveniente che si dimostra tuttavia essere, così il frate dice, un vero e proprio operato di Dio, il quale ha voluto che ad essere esposto in quella giornata, così vicina alla festa di San Lorenzo fosse proprio il carbone e non la penna dell’Arcangelo. 

Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontá sia stata di Dio e che egli stesso la cassetta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandomi io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì.

Così, dopo la predica, rivela anche che quei carboni avevano la qualità di far svanire la possibilità di essere coinvolti in incendi, e la folla ne approfitta per recarsi dinanzi alla reliquia e fare numerose donazioni. 

I due giovani alla fine restituiscono la penna al frate in quanto egli si è dimostrato molto abile a uscire dalla situazione incresciosa. 

Da tenere in mente, per valorizzare al massimo nella lettura più scrupolosa e incentrata sull’analisi è il narratore: Dioneo, le cui novelle criptiche e antifrastiche diventano concentrati di tematiche da indagare a fondo. 

Frate Cipolla, nel discorso che improvvisa dinanzi alla folla è fautore latore di un capolavoro oratorio. Costruito sullAvvalendosi dell’antifrasi il frate cita toponomastiche di fantasia e che hanno significati o completamente opposti o che non hanno nulla a che fare rispetto alla con l’ambito sacrale sacralità. L’inganno, la beffa che i due giovani pensano di presentare al frate verrà riservita restituita da Cipolla su un piatto d’argento, offerto a tutti i credenti che nulla sanno riguardo l’ambigua genesi del discorso che stanno udendo e a cui stanno attribuendo determinati significati religiosi. 

Non manca inoltre l’espressivismo furbesco carnascialesco, anch’esso intriso di piacere del rovesciamento. Nel suo intervento Frate Cipolla utilizza un linguaggio e un gergo che permettono l’antifrasi, il doppio senso, la resa straordinaria e meravigliosa delle semplici e comuni cose e dunque l’allusione sacra a cui i fedeli sono furbamente portati dal loro frate, di cui ingenuamente si fidano. 

Basti pensare in primo luogo ai nomi delle tappe del viaggio citate dal frate:  Porcellana è l’insieme di vie ed ospedali di Firenze, ma anche nome di improperio, Truffia e Buffia sono nomi parlanti, termini evidenti della malavita, e poi le forme gergali come Vanni in zoccoli su pe’ monti; Portano il pan nelle mazze e il vin nella sacca che alludono a una descrizione che potrebbe avere a che fare con i costumi esotici, ma in realtà sono espressioni gergali plebee che hanno a che fare con la sfera sessuale;  Pastinaca potrebbe alludere a spezie indiane, quando invece si riferisce alla quantità di stoltezze sciocchezza di cui è pervaso  tutto il discorso, e altre ancora, tutte con metafore volgari, storpiature latine, nomi di ecclesiastici dal particolare significato (padre Messer Nonmiblasmete Sevopiace -non mi biasimate per favore).   

Frate Cipolla, dunque, riesce sapientemente a non toccare neanche il confine di luoghi sacri diventare blasfemo, pur facendosi beffe dei fedeli.

Saper fingere, alla fine, si rileva essere la sua dote, che è anche l’arte mistificatoria propria  dell’uomo di chiesa che arriva a sostenere che quel carbone del caminetto, finito lì per un intruglio intrigo beffardo, sia addirittura portare frutto di miracoli divini. 

Il merito che i due giovani gli riservano riconoscono alla fine, per stimare in ogni caso la modalità con la quale Cipolla è riuscito a beffarsi degli altri anziché rimaner beffato lui, non è altro se non sentimento di onore rispetto per il prete, o sarebbe meglio dire per l’uomo, che si comporta astutamente dinanzi al disguido e che preferisce salvarsi con qualche stratagemma e mistificazione pur di rivelare la verità e pur di mantenere alto il valore dell’abito che porta (senza il quale sarebbe palesemente un povero disgraziato)

Il discorso raggiunge l’acme nel momento in cui il frate sostiene addirittura che lo scambio accidentale delle due scatolette sia stato alla fine una buona cosa, e che Dio nella sua magnificenza abbia voluto che le cose andassero così di modo che ad essere esposti fossero i carboni di San Lorenzo la cui festa si stava avvicinando.

Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontá sia stata di Dio e che egli stesso la cassetta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandomi io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. 

Traspare qui anche  l’aspetto l’abilità nel ricorso al plurilinguismo  plurilinguistico caro al Boccaccio e più in generale l’inno all’intelligenza umana che con tono canzonatorio diventa, nella novella di Dioneo, re delle capriole,  un inno alla capacità oratoria di un frate che di religione non si cura. 

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 Madonna Oretta, I novella della sesta giornata

Camilla

Questa novella introduce alla seconda metà del Decameron di Boccaccio.  La regina della giornata è Elissa e il tema da lei scelto è la capacità di imbastire una risposta arguta e pronta. La prima novella è raccontata da Filomena e la si può interpretare come  manifesto del parlar bene e di riflessione programmatica sulla capacità  di narrare. 

La novella è un breve aneddoto, che ha come protagonista Oretta, una  gentildonna moglie di Geri Spina. Durante un soggiorno in campagna,  madonna Oretta decise [preferisco sempre il presente, però se mantieni correttamente il passato, può andare bene], insieme ad altri uomini e dame cortesi, di  partecipare ad una lunga escursione. Per alleviare la noia e la fatica, un  cavaliere le propose di raccontarle una delle storie più belle mai sentite.  Oretta accettò volentieri e il cavaliere cominciò il suo racconto.  Egli non era assai

però  abile con le parole, difatti al punto che, anche se la storia raccontata  era,almeno nel contenuto che si poteva intuire,  molto piacevole, divenne, per Oretta, uno strazio una pena. Il racconto era  sempre più pesante, la pazienza insostenibile, noioso da ascoltare, così da mettere a dura prova lapazienza, così e la gentildonna scelse  di continuare l’escursione a piedi, poiché il cavallo, quindi metaforicamente la novella raccontatadal cavaliere, si era rilevato inefficiente:  

“Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro
trotto; per che io vi priego  che vi piaccia di pormi a piè”. 

Il cavaliere, per alleggerirealleviare il malcontento di Oretta, passò quindi al racconto di  altre novelle, bypassando quella precedente storiacominciata così male. dimostrando così di aver colto l’allusione della sua
interlocutrice.

La sesta giornata non è dedicata unicamente all’abilità del comunicare,  ma, in particolar modo, è rivolta ad una sua forma più distintiva, che è il  motto di spirito. Il motto di spirito è una forma di racconto breve, con una trama molto  lieve, quasi scarna, che ben si accorda alle parole con cui Filomena  introduce questa novella: l’arte di raccontare si addice bene alle donne,  persino più che agli uomini, a patto che il racconto non superi la giusta  lunghezza. Nonostante l’abile capacità la destrezza  delle donne nel narrare,  all’interno di questa novella Oretta rappresenta la figura deil pubblico,  come deciso da Boccaccio, e il cavaliere è il narratore.

L’idea che il racconto possa abbreviare il viaggio è classica, ma Boccaccio vuole collegarsi alla memoria “letteraria” dei suoi uditori per instaurare  con loro una riflessione metaletteraria su come è sia strutturata la novella;  in altre parole attinge a contenuti di autori passati e dà loro un nuovo  significato. A ciò si aggiungono le battute più divertenti basate sulla  metafora del cavalcare.  Tuttavia, il vero intento di Boccaccio è molto più complesso e  significativo: l’autore vuole evidenziare la difficoltà nel narrare e  l’importanza del controllo tecnico sullo stile e sulla materia. Vuole, inoltre, creare un testo basato su racconti che rappresentano la realtà,:  per esempio, il fastidio di Oretta mentre ascolta il racconto non riuscito  del cavaliere è sicuramente molto verosimile.  Da questa novella si evince che non necessariamente il tema debba essere  promettente o importante; i narratori, in realtà, hanno una grande  responsabilità nei confronti dei lettori: saperli intrattenere e farli  innamorare delle loro parole.

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La badessa e le brache 

Alessandro Gi.

Ci troviamo nella nona giornata, la cui regina è Emilia, che ha scelto come tema il tema quello  libero (“ciò che più gli piace e più li aggrada”), e la seconda narratrice della giornata è Elissa, che a sua volta  sceglie come tema dedica la narrazione alla comicità erotica. Decide così di narrare le vicende riguardanti accadute in  un noto convento di Milano, nella quale tra le monache ne abitava una, di nome Isabetta,  era provvista d’una dalla bellezza senza paragoni, soprattutto tra le altre sorelle, di nome Isabetta. Questa fanciulla un giorno ricevette una visita da parte di un parente che portava con sé un amico, e tra i due fu un caso di scoccò un vero e proprio amore a prima vista. Così iniziarono i mille tentativi, andati presto a buon fine, per far entrare il giovane nelle stanze della monaca, il quale.  Impossibile che i maneggi sfuggissero alle consorelle, le quali un giorno fu notato dalle altre monache videro bene quello che accadeva, ovvero che Isabetta violava il voto di castità ricevendolo nella sua cella, ma , che scaltramente decisero di non avvertire immediatamente la madre superiora (la badessa), ma attesero il ritorno del giovane per cogliere la loro sorella sul fatto in flagranza di reato. Il fato vuoleolle che quella sera il giorno prescelto per lo smascheramento Isabetta non fosse l’unica a ricevere visite proibite, infatti poiché anche la badessa aveva ricevuto un suo caro amico curato in cella, e si stava intrattenendo piacevolmente con lui,, e sicché non appena le monache giunsero a bussare alla sua porta a gran voce, lei,  nella fretta di rivestirsi, confuse il suo copricapo con i pantaloni del prete. Uscì dunque in fretta e furia scortata dalle altre sorelle diretta verso la stanza cella della giovane, la quale fu colta in fallo abbracciata al suo amante e così iniziò a farle solennemente la predica. Isabetta, la quale aveva tenuto il capo chino rivolto verso il pavimento per l’intera durata del discorso, finalmente alzò lo sguardo e notò il curioso copricapo della badessa, tant’è che le chiese più volte di allacciarsi alla cuffia per farlo notare anche alle altre monache. Una volta realizzato, il discorso della badessa, con un climax discendente, finisce con l’ammissione della difficoltà a resistere ai “piaceri della carne” autorizzando così tutte le monache ad avere rapporti con chi più le aggrada. La novella raggiunge qui il suo acme comico, dal momento che la donna, accortasi dell’imbarazzante situazione, ovvero del contrasto palese tra il contenuto moralistico del suo discorso e la dichiarazione di colpevolezza personale espressa dalla presenza sulla sua testa delle brache dell’amante, cambia completamene tono, dichiara quanto sia difficile, se non impossibile, resistere alle tentazioni della carne e offre a tutte loro, rappresentando lei stessa un esempio significativo, la possibilità di trastullarsi piacevolmente con chicchessia entro le mura del convento.

ANALISI

Probabilmente la chiave di lettura di questa novella ci viene data direttamente da Elissa prima di iniziare a raccontare: 

“Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando, diliberò. E, come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera; e ciò addivenne alla badessa, sotto la cui obbedienza era la monaca della quale debbo dire.”

 Infatti, in questa novella troviamo uno dei fili conduttori più importanti che accomunano tutte le novelle di Boccaccio, cioè la fortuna, che è a favore della protagonista Isabetta e gioca un brutto scherzo alla madre superiora, colta in fallo. Proprio la sorte favorisce un capovolgimento dei ruoli in cui la rimproverante (la badessa ovviamente), diventa la rimproverata, la cui sicurezza, non appena scoperta, si dissolve di fronte all’evidenza, che proprio lei, la più santa di tutti deputata al mantenimento dell’ordine nel convento e, soprattutto, a fungere da modello, era la prima a non essere

poi così santa non osservare la regola fondamentale. La scelta dell’episodio e dei personaggi è un altro lampante esempio di filo rosso, il realismo nella finzione,: per rendere più coinvolgenti le storie  raccontare episodi di quotidianità, o almeno plausibili, caratterizza lo stile di boccaccio e di tutti i suoi narratori. Certamente, in questo caso, la ricerca di realismo è condotta sul filo di un paradosso, ma proprio per questo risulta ancora più accattivante. Il paradosso in questione è quello che determina il conflitto fra le aspettative (che il convento sia un luogo santo per persone sante) e la realtà di un luogo in cui nessuno, dalla badessa alle monache, comprese quelle che chiedono un richiamo all’ordine di Isabetta, ma in realtà sono solo invidiose di lei, è davvero intenzionato a comportarsi secondo le regole della devozione, dato che proprio tutte sono molto propense a godere delle gioie  dei sensi. Ovvio che, trattandosi di una narrazione comica, non bisogna prendere troppo su serio nulla: Boccaccio porta spesso i lettori, complici i suoi narratori, nel mondo del carnascialesco, in un mondo alla rovescia, dove appunto è facile incontrare monache e curati che sono ben lungi dal ritenere il voto di castità un vincolo fondamentale.

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Sesta novella Seconda giornata

Narratore: Pampinea

Luca J.

Madama Beritola, trovata con due caprioli su un’isola, avendo perso due figli, se ne va in Lunigiana. Uno dei figli si unisce con la figlia del suo signore ed è messo in prigione. Quando la Sicilia si ribella a re Carlo, la madre ritrova il figlio, che sposa la figlia del suo signore, e ritrova anche il fratello e tutti ritornano in ricchezza.

La storia ha il suo incipit tramite il nel racconto di come Beritola arrivò in quella fatidica isola citata nella brevissima sintesi da cui ogni novella è preceduta [quella non è sufficiente a identificarla] Il re Manfredi, alla cui epoca risale l'ambientazione della vicenda, fu obbligato a lasciare il suo regno in mano ad Arighetto Capece, un nobile napoletano, il quale fece una cosa molto sbagliata, ossia scappò dalla Sicilia con moglie e figli, impaurito della poca serietà dei siciliani. Questi, venutolo a scoprire, si infuriarono e decisero di imprigionare l’uomo insieme a dei servitori del re, il quale era stato ucciso. Fortunatamente la moglie di Arighetto riuscì a salvarsi a Lipari, dove partorì un altro figlio, chiamato Scacciato, e decise di tornare a Napoli con un’imbarcazione. Nei giorni del loro viaggio ci fu si levò un forte molto vento e questo spinse la nave a Ponza. Sull’isola, Madama Beritola pianse molto per la perdita di suo marito, così tanto da non accorgersi che una nave di corsari genovesi nel frattempo aveva rapito si era impadronita dell'imbarcazione in cui c’erano al suo interno si trovavano i suoi figli. Beritola non sapeva che fine avesse fatto la nave tanto che intervallava i suoi momenti di pianto insieme a quelli per la ricerca della nave coi figli, sempre preda della disperazione per via dell'incertezza in merito al destino dei suoi figli, piangeva spesso e vagabondava alla loro ricerca. Durante la ricerca dei familiari Beritola Un giorno s'imbattè in trovò due caprioli chepresi dalla fame, si fecero aiutare dalla donna a sfamarsi bevendo il suo latte materno la intenerirono, sicché offrì loro il suo latte materno. Il tempo andò avanti fino a quando uUn giorno Currado dei Malaspina non si fermò nell’isola per una battuta di caccia. Il Signore incontrò i due caprioli e li volle uccidere si disponeva a ucciderli, quando questi scapparono e si rifugiarono nella grotta dove Beritola si era rifugiata, lei . La donna allora raccontò la sua storia a Currado e lui ed egli decise di accoglierla nella sua abitazione. Intanto i figli della donna, che erano sempre stati con una la balia rapita insieme a loro ed erano stati dati  in dono a Guasparin Doria, signore genovese. I figli cambiarono nome per salvaguardare la loro vita e il più grande divenne Giannotto da Procida. Il ragazzo crebbe e divenne un imbarcatore s'imbarcò e iniziò a viaggiare con le galee del suo signore; un giorno arrivo in Lunigiana e si mise al servizio di Currado Malaspina. Il signore aveva una bellissima figlia e Giannotto non fece in tempo a non innamorarsene se ne innamorò immediatamente, : la loro relazione iniziò, ma ben presto il padre di lei li scoprì e li imprigionò. Giannotto, pensando che ormai quelli sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita, decise di raccontare la sua storia al carceriere, il quale raccontò a sua volta tutta la vita del ragazzo a Currado, il quale si ricordò della storia di Beritola e quindi, commosso, lo liberò il ragazzo. Il signore, quindi, fu molto gentile perché fece rincontrare permise alla madre di riunirsi col figlio, poi mandò due ambasciatori a Genova per chiedere informazioni su Scacciato e su Arighetto, il quale : il primo venne riportato dalla madre e il marito venne ritrovato vivo, in quanto era stato liberato dai siciliani dopo la morte di Carlo d’Angiò. La famiglia si riunì e vissero a Palermo felici per anni.

Questa trama fiabesca, piena di colpi di scena, dimostra una volta di più come la sorte tenga in sua balìa gli esseri umani, giocando con i fili delle loro vite alla stregua di un burattinaio ora malevolo, ora benevolo, ma certo quasi sempre assai capriccioso. Notevole come il dettaglio fiabesco dei caprioli concorra fortemente a una prima svolta della vicenda in direzione positiva: non fosse per la caccia di Currado, e per la sensibilità verso gli animali di Madama Beritola, ella non sarebbe mai stata ritrovata e probabilmente storia non si sarebbe potuta risolvere con un lieto fine.

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III giornata, V novella

Lorenzo I.

Nel trascorrere della terza giornata, a in cui a Neifile è stata attribuita la qualità di regina protagonista, per cui la donna ha avuto, grazie a questo, la possibilità a lei è spettato il compito di proporre il tema del giorno: “Chi alcuna cosa molto disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse”, ovvero chi con abilità acquista una cosa desiderata o recupera quella perduta.

Dopo i racconti di Filostrato, Pampinea, Filomena e Panfilo, il turno spetta a Elissa. 

Avendo solo 18 anni, Elissa è la più giovane del gruppo. Come le sue compagne, in particolare Neifile, è innamorata. Il suo amore può essere descritto come turbato e triste. Questo amore allude ad un’altra donna colpita da una violenta passione: Didone, personaggio dell’Eneide virgiliana. di seguito

Elissa racconta la novella di Zima e messer Francesco Vergellesi.

Zima e messer Francesco Vergellesi

“Il Zima dona a messer Francesco Vergellesi un suo pallafreno, e per quello con licenzia di lui parla alla sua donna ed ella tacendo, egli in persona di lei si risponde, e secondo la sua risposta poi l’effetto segue.”

Francesco fu [insisto: usate il presente per i riassunti, la narrazione diventa più vivace e comprensibile] un cavaliere della famiglia pistoiese dei Vergellesi. Viene descritto nella novella come un uomo ricco e saggio, ma estremamente avaro. Per recarsi dal podestà di Milano, il cavaliere si fornì di tutto l’occorrente, eccetto di un cavallo. Così chiese Per averne uno con caratteristiche adeguate alle sue esigenze, decise di rivolgersi a Ricciardo, meglio conosciuto come Zima, che aveva in possesso uno dei più bei cavalli della Toscana. A partire dal passato, Zima fu follemente innamorato della moglie di Vergellesi. Il fatto era che Zima si era innamorata della moglie di Vergellesi da molto tempo, e questa circostanza influenzò le loro trattative, così che i due arrivano [tempi verbali!!]ad uno scambio:

— Messer, se voi mi donaste ciò che voi avete al mondo, voi non potreste per via di vendita avere il mio pallafreno: ma in dono il potreste voi bene avere, quando vi piacesse, con questa condizione, che io, prima che voi il prendiate, possa, con la grazia vostra ed in vostra presenza, parlare alquante parole alla donna vostra tanto da ogni uom separato, che io da altrui che da lei udito non sia. —

La sua irrefrenabile avarizia portò il messere ad accettare l’accordo; si recò così dalla donna per riportarle l’esito dell’accordo e per raccomandarla raccomandarle di non rispondere ad ogni , qualunque cosa che le veniva venisse detta da Zima.

Zima cominciò il suo discorso, confessando alla moglie di Vergellesi il suo immenso amore per lei. La donna seguì le raccomandazioni di suo marito e dice [nello stesso periodo...] una parola, nonostante cominciasse a provare commozione per il discorso dedicatole. Il giovane non reagì all si fece scoraggiare dall’apatia apparente della donna e capì, attraverso i sospiri, l’effetto del che il discorso che stava agendo producendo sulla donna. Cominciò allora a rispondersi da solo, impersonificandosi nella donna interpretando la parte della moglie di Vergellesi e pensando a ciò che avrebbe voluto rispondergli nonostante le restrizioni imposte dal marito. Zima si diede in questo modo indicazioni per le modalità al raggungere il fine di incontrarsi con la donna lei, tanto desiderata, dopo che Francesco fosse partito per Milano. Alla fine, dopo che una volta partito Francesco è andato via, la moglie, pensando alle parole dello Zima e sentendo che sarebbe un peccato se non approfittasse di questa situazione mentre è ancora giovane, segue le istruzioni e mette due asciugamani tesi alla finestra della camera sua come un segnale per lo Zima di venire da lei.

Tema principale

Questa novella ha come tema principale il tema della trasformazione e del potere del linguaggio [allora sono due]. Zima subisce una trasformazione, in particolar modo nei suoi discorsi: nel corso della novella è stato abile, infatti, di ad assumere il ruolo della moglie di Francesco. Anche quest’ultima è stata soggetto di trasformazione: raffigurata come “statua di marmo”, silenziosa e passiva, si trasforma in una donna che vuole portare a compimento decide di tradurre in atto quelli che, a un certo punto, ammette essere anche i suoi desideri. Il potere del linguaggio è stata la chiave motrice di questa trasformazione. Le istruzioni dettagliate che Zima ha fornito a sé stesso, hanno spinto la donna ad agire.

In conclusione, pongo attenzione ritorno all’introduzione della novella, in cui l’enunciazione dell’oratrice, in questo caso Elissa, conferma la morale e il tema del giorno proposto. La donna, infatti, reputa folle chi per avarizia è disposto a cedere le proprie mogli ai desideri dei loro corteggiatori. Sì, fai bene a tornarci, ma farei un altro rilievo. La narratrice fornisce una morale tutto sommato molto semplice, se non semplicistica, rispetto al senso della novella al quale, peraltro, sei riuscito a fare riferimento. In effetti le due chiavi di lettura da te individuate sono complementari: da una parte c'è l'istrionico Zima, che, proprio come un attore, riesce a interpretare due parti, a sdoppiarsi per fare quello che la donna non oserebbe, almeno al momento, ossia contravvenire a quanto le ha ordinato il marito. Questo sdoppiamento, però, promuove il suo cambiamento di orizzonte. Decide che la prospettiva amorosa le piace, che è ancora giovane e le conviene consentirsi di abbandonarsi alle gioie del piacere con un amante della sua età, invece di restare fedele a un marito meschino e arcigno, disposto a utilizzarla come merce di scambio. La parola istrionica, attoriale, svolge quindi nella novella un ruolo fondamentale: è lei che muta l'animo della donna, già predisposto ai sospiri d'amore, e porta a un soddisfacente coronamento delle aspettative. Escluse, ovviamente, quelle del marito...


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Gulfardo si fa prestare dei soldi da Guasparruolo, e essendosi accordato con la moglie di lui di giacere con lei, le dà quei soldi; poi in presenza di lei dice a Guasparruolo che li aveva dati a lei ed ella dice che è la verità.


Tommaso


Introduzione:

L’ottava giornata cade di domenica dunque tutti si ritrovano a messa prima di pranzo.

In seguito alla celebrazione e al pranzo i dieci si lasciano coinvolgere dalla musica iniziando a ballare e a cantare,

Dopo un po’ la regina, Lauretta, fa riposare la compagnia dando il via al momento delle novelle.

Dà il tema: “le beffe fatte, di ogni genere.”; poi si rivolge a Neifile e le dice che può iniziare a narrare. [Dopo aver definito l'argomento, ovvero le beffe di ogni genere, sceglie come prima narratrice Neifile, che inizia il suo racconto introducendo un soldato mercenario...]


Riassunto:

A Milano viveva un soldato mercenario tedesco di nome Gulfardo, egli che era noto per la sua lealtà e per essere una persona onesta, soprattutto nel restituire i soldi che gli venivano prestati. [di seguito: gli a capo devono avere un senso comunicativo, si utilizzano per segnalare paragrafi, stacchi della narrazione]

Per questo i commercianti si fidavano molto di lui. [di seguito]

Gulfardo però si innamora di una donna chiamata Madonna Ambrogia, che è moglie di un mercante molto importante e ricco di nome Guasparruolo Cagastraccio con cui era amico. al quale era legato da amicizia.

Lui disperato andò In preda all'ossessione amorosa, Gulfardo si recò di nascosto dalla donna per dichiararle il suo amore e dicendole le disse che avrebbe fatto qualunque cosa per essere ricambiato.

La donna accettò, ma impose due condizioni: la prima che nessuno doveva venirlo a sapere, l’altra che lui doveva donarle 200 fiorini.[di seguito]

Guffardo capì che Madonna Ambrogia lo voleva ingannare, non aveva un animo nobile, ma venale e non all'altezza del suo sentimento per lei, e trasformò mutò in odio il sentimento ciò che, almeno fino a quel momento credeva amore, e pensò dunque di beffarla.

Accettò le richieste della donna dicendo che ne avrebbe parlato solo con un suo amico di fiducia e le chiese quando potevano incontrarsi. [di seguito]

La donna gli disse che il marito sarebbe andato presto a Genova qualche giorno dopo e che, appena sarebbe fosse partito avrebbero potuto incontrarsi.

Gulfardo chiese quindi a Gasparruolo 200 fiorini in prestito per un suo non meglio precisato affare, e egli glieli prestò prima di partire per Genova.

Quando la donna mandò a chiamare il soldato, lui egli si presentò poi a casa sua con una persona e le consegnò i soldi dicendo ad alta voce che erano per il marito.

Madonna Ambrogia così giacette si giacque col soldato, ma al ritorno di suo marito fu costretta a ridarlegli i 200 fiorini [non si capisce come sia costretta: il soldato si reca a casa loro e racconta di non aver utilizzato quei soldi e di averli subito riportati, con un testimone dal quale si fa accompagnare di nuovo, a casa do Gasparruolo, dove è stata la moglie a ritirarli. Ne consegue che lei non possa negarlo, essendo tutto avvenuto alla presenza d'un'altra persona]

Gulfardo riuscì con questo stratagemma ad ottenere quello che voleva mentre la donna rimase beffata.


Analisi

“La donna gli prese, e non s’avvide perché Gulfardo dicesse così: ma si credette che egli il facesse acciò che il compagno suo non s’accorgesse che egli a lei per via di prezzo gli desse”

La donna, che era convinta di beffare Gulfardo, non pensa che lui possa ingannarla e non da peso al fatto che era presente un testimone, che sarebbe stato vincolante per la restituzione dei soldi dovuti al marito, in quanto da lui prestati.

Anzi pensa di reggere il gioco del soldato che in realtà aveva davvero chiesto 200 fiorini in prestito al marito di lei. Pensa che si tratti di una messinscena del soldato funzionale al loro incontro.

Neifile racconta la storia di una beffa compiuta da un uomo nei confronti di una donna per dimostrare che anche gli uomini sapevano beffare chi credeva in loro.

In verità la storia non parla di una vera e propria truffa, ma di un’azione da parte di un uomo che stava per essere beffato.

Questo atto è dunque giustificato dalla narratrice che concede all’uomo un buon finale mentre la donna non ci ha guadagnato nulla. 

“e cosí il sagace amante senza costo godè della sua avara donna.” In effetti si può discutere sulla natura di questa beffa: è una sorta di lezione impartita a chi è avido (la sua avara donna) e insensibile al richiamo d'amore. Il soldato infatti era innamorato della donna, e la sua venale richiesta rappresenta per lui un chiaro segno di come ella non sia all'altezza di un simile investimento. Le impartisce quindi questa sorta di insegnamento, che non esclude peraltro anche il godimento del piacere sessuale, che tuttavia, rispetto alle aspettative iniziali, risulta essere una sorta di appagamento di secondo grado. Il soldato, infatti, non la ama sicuramente più, ma si limita godere gratuitamente di un favore sessuale.

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Francesco

OTTAVA NOVELLA SECONDA GIORNATA

 

Nella seconda giornata, con regina Filomena, si narra di chi, colpito dalla sfortuna, è riuscito a cavarsela con un lieto fine. Il narratore dell’ottava novella è Elissa. 

Il conte d’Anguersa, falsamente accusato, va in esilio; lascia due suoi figliuoli in diversi luoghi in Inghilterra, ed egli, sconosciuto tornando di Scozia, lor truova in buono stato; va come ragazzo nell’esercito del re di Francia, e riconosciuto innocente, è nel primo stato ritornato.

Così si legge nell’introduzione che accompagna ogni narrazione. Il racconto inizia con la descrizione dell’incipit della vicenda: il re di Francia e suo figlio partono per una guerra contro i tedeschi, affidando il regno al conte d’Anguersa, Gualtieri, un uomo saggio e fedele che governòa [inizi col presente, così devi continuare] consultandosi con la regina e con la nuora del re. Sfortunatamente il conte rimase vedovo con due figli e la nuora del re iniziò a coltivare un amore segreto per lui, fino a quando un giorno non decise di dichiararsi. Gualtieri, che era è  un cavaliere molto leale, rifiuta l’offerta. La donna fu ,  presa da un’ira violenta, e decisde di vendicarsi accusando l’uomo di tentata violenza. Il conte, per paura che si desse  dia più credito alla donna che a lui, decise di abbandonare tutto e di scappare con i suoi due figli, un maschio di 9 nove  anni chiamato Luigi e una femmina di sette anni chiamata Violante, a Calais, e da li si imbarcò per l’Inghilterra. Nel mentre la notizia arrivò La notizia intanto giunge al re di Francia che condannò senza avanzare il minimo dubbio, condanna  il conte, promettendo ricchi doni a chi lo avesse catturato catturi.                                                                                                                                                                                              Arrivati in Inghilterra, Gualtieri cambiò il nome dei suoi figli in Perotto e Giannetta e tutti e tre si mettono a chiedere l’elemosina. Un giorno la moglie di un maniscalco del re d’Inghilterra, commossa dopo aver ascoltato il racconto inventato [non si può capire a che cosa ti riferisca, se scrivi il racconto: “un racconto improvvisato da Gualtieri, da cui risultava solo che era stato costretto fuggire dopo un misfatto commesso da figlio maggiore”] di Gualtieri, si offre di crescere Giannetta. Il conte gliela affidòa e poco dopo partì con Perotto verso il Galles. Qui Gualtieri affidò il figlio ad un altro maniscalco del re.                              Dopo aver sistemato i figli il duca decide di andare in Irlanda ponendosi ai servizi di un conte del luogo, facendo svolgendo i lavori più umili e lavorando senza tregua per molto tempo.  Col passare degli anni Giannetta, diventata una bellissima fanciulla di cui tutti parlavano bene, decise, sottosu  richiesta della gentildonna che l’aveva cresciuta, di sposare l’unico figlio maschio di quest’ultima, chiamato  Giachetto Lamiens. Invece Perotto, chiamato da tutti Perotto il Guiscardo per via delle sue abilità nei tornei e nelle armi, venne nominato dal re d’Inghilterra maniscalco, dopo la morte del precedente dovuta a una pestilenza, e si sposò con una giovane fanciulla.       Dopo Sono  trascorsi dunque diciott’anni e il duca, ormai irriconoscibile, decise di andare a vedere come stiano i figli. Per prima cosa andò a trovare Perotto e fu molto felice di averlo ritrovato, ma decise di non farsi riconoscere non prima di aver avuto notizie di Giannetta. Quindi decise di ripartire subito per Londra dove venne viene accolto dal genero, ma purtroppo non venne riconosciuto da sua figlia. [Il conte, peraltro, continua a subire ogni sorta d’umiliazione, soprattutto da parte del genero, dato che all’aspetto appare un povero vecchio malandato, che però riesce a conquistare l’affetto dei bambini di costui, che ovviamente altri non sono che suoi nipoti] In questo stesso periodo la nuora del re di Francia, sul letto di morte, decide di confessarsi, e racconta anche la menzogna che aveva creato per incastrare vent’anni prima aveva determinato la rovina del il conte. Saputa questa notizia, il re di Francia lancia un avviso bando, promettendo una ricompensa a chi lo avrebbe ritrovato ritrovasseGiuntane notizia anche al Il conte udito ciò , egli decide di rivelare tutta la verità a suo figlio e a suo genero, proponendogli loro di presentarsi al re per ricevere la ricompensa e, per quanto riguarda lui,  rientrare nel proprio rango. A quel punto, i due uomini non possono far altro che riconoscere di essersi comportati, benché diversamente, male con lui, e gli domandano perdono [senza il dettaglio della sua precedente umiliazione, questa necessaria precisazione non si potrebbe introdurre]  La novella si conclude quindi con la una generale riconciliazione, compresa quella tra il duca e il re di Francia, e una grande festa per celebrare il ritorno di Gualtieri e dei suoi due figli, i quali tornarono nelle proprie case, mentre il conte rimase a Parigi, vivendo splendidamente fino alla sua morte. La novella scolpisce un personaggio magnanimo: il conte d’Anguersa, oltre a non proferire mai lamenti, a industriarsi per mettere al riparo dalla mala sorte occorsagli i figli, sistemandoli in maniera onorevole e assumendosi interamente l’onere di un’esistenza di duro lavoro e di umiliazioni, non tenta mai di recuperare il proprio onore mettendo a repentaglio quello di colei che per puro spirito di vendetta lo condanna a tutti questi patimenti. Una sorta di modello di generosità assoluta, che possiamo immaginare Dante avrebbe collocato in una gloriosa posizione nel suo paradiso.  

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