CANTO XXV LAVORO DI GRUPPO SUL TESTO - PARAFRASI

 

VERSI 1-21


Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: "Togli, Dio, ch’a te le squadro!".
3

 


Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;
6


e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
9



Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
12

 


Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
15

 

 



El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: "Ov’è, ov’è l’acerbo?".
18

 


Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
21

PROSA

 

Alla fine del discorso il ladro alzò le mani e con entrambe fece il gesto delle fiche, gridando “prendi Dio poiché le rivolgo a te!”

 

 

 

 

 

Da ora in poi le serpi mi furono amiche perché una si avvolse al suo collo come se dicesse: “non voglio che tu dica altro”

 

E un'altra si strinse alle braccia attorcigliandole talmente tanto che non poteva più fare alcun movimento

 

Ahimè Pistoia perché non decidi d’incenerirti, cosicché tu possa porne subito fine poiché superi il male che hanno fatto i tuoi progenitori

 

In tutti i cerchi dell’oscuro inferno non ho mai visto uno spirito tanto superbo contro Dio, neanche quello che cadde giù dalle mura di Tebe

 

Egli fuggì e non parlò più e io vidi un centauro molto arrabbiato avvicinarsi chiedendo “dov’è, dov’è quell’empio”

 

Non credo che la Maremma abbia così tante bisce quante ne aveva egli sulla schiena dove cominciava a sembrare un essere umano




Versi 22-42

Parafrasi



Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.
24

Lo mio maestro disse: "Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.
27

Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
30

onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece".
33

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
36

se non quando gridar: "Chi siete voi?";
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
39

Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,



Sopra le spalle, dietro la nuca, giaceva un drago con le ali aperte, che riduceva in fiamme chiunque si imbattesse in lui. 



Il mio maestro disse: “questo è Caco, che ai piedi del monte Aventino, causò molte volte un lago di sangue”.



Non prosegue con i suoi simili a causa dell’ingannevole furto degli armenti nelle sue prossimità.



A causa di ciò cessarono le sue azioni malvagie sotto la clava di Ercole, che forse gli diede cento colpi di cui ne sentì solo dieci".



Mentre così parlava, ecco che Caco si allontanò e tre spiriti vennero sotto di noi, dei quali né io né la mia guida percepimmo la presenza, 



se non quando gridarono: “Chi siete voi?”; cosicché il nostro discorso cessò, e iniziammo ad ascoltarli. 



Io non li riconobbi ma, come può capitare per caso, uno dei tre fece il nome di un altro, 

Versi (dal 42 al 63)

Versione in prosa



dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; 

per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, 

mi puosi ’l dito su dal mento al naso.                           



Se tu se’ or, lettore, a creder lento 

ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, 

ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.                       



Com’io tenea levate in lor le ciglia, 

e un serpente con sei piè si lancia 

dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.                           



Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia, e con li anterior le braccia prese; 

poi li addentò e l’una e l’altra guancia;                          



li diretani a le cosce distese, 

e miseli la coda tra ’mbedue, 

e dietro per le ren sù la ritese.                                        



Ellera abbarbicata mai non fue 

ad alber sì, come l’orribil fiera 

per l’altrui membra avviticchiò le sue.                           



Poi s’appiccar, come di calda cera 

fossero stati, e mischiar lor colore, 

né l’un né l’altro già parea quel ch’era:



dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?»; mi misi l'indice davanti al naso, per far stare il maestro in silenzio.





Se tu lettore, in questo momento, fatichi a credere, non dovrai stupirtene, dal momento che anche io credo poco a quello che ho visto.


 

Mentre io li guardavo, un serpente a sei zampe assalì uno di loro e si aggrappò tutto al dannato.

Con le zampe gli si attaccò alla pancia, poi prese le braccia e poi gli morse le guance,

 


distese i piedi sulle cosce e mise la coda in mezzo a entrambe, stendendola lungo la schiena.


L'edera non si arrampicherebbe ad un albero come il serpente alle membra del dannato.



 

Poi si attaccarono come se fossero stati di cera e si mischiarono così tanto che cambiarono colore

 

 

Versi 64-84

Versione in prosa

come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
66

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: "Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno".
69

Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.
72

Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso divenner membra che non fuor mai viste.
75

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
78

Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
81

sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;

come su un papiro che a causa del fuoco assume un colore scuro, passando dal bianco ad un colore scuro, ma non ancora nero.

Gli altri due lo guardavano gridando “Ohimè, Agnolo, come ti trasformi! Vedi che non sei più uno, ma neanche due.”

Già da due teste sono diventate una sola, quando ci apparvero due figure fuse in un solo volto, dove si erano annullati i tratti dei due dannati.

Dai quattro arti si formarono due braccia, le cosce con le gambe e il ventre e il tronco diventarono membra mai viste prima.

Ogni caratteristica originaria era svanita, assomigliava ai due corpi originali, ma nessuno dei due in particolare, e così se ne andò a passo lento. 

Come il ramarro sotto la grande sferza dei giorni canicolari, passando da una siepe all’altra, come un lampo che attraversa la via, 

 così appariva, strisciando verso il ventre degli altri due, un serpentello eretto.

Versi 85-105

Versi 85-105 prosa

e quella parte onde prima è preso nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
87

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse. 90

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
93

Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.96

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio
; 99

ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte. 102

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
105

ed esso trafisse uno dei due in quella parte dove prendevamo il nostro primo alimento, poi cadde a terra davanti a lui.

 il trafitto lo guardò ma non disse nulla, anzi, coi piedi fermi sbadigliava come se fosse assalito da sonno o febbre.

 egli e il serpente si guardavano, l’uno dalla piaga e l’altro dalla bocca, entrambi fumavano forte e il fumo si mescolava.


Lucano deve tacere quando parla del misero Sabello e di Nasidio, e aspetti a sentir quello di cui si parla ora.

 Ovidio non deve più parlare di Cadmo e di Aretusa, perché se trasforma uno in serpente e l’altra in fonte non lo invidio.

 perché non tramutò mai due nature una di fronte all’altra in modo che entrambe fossero pronte a cambiar la loro materia.

insieme si trasformano in tali norme, che il serpente la coda divise e il ferito unisce i piedi insieme.

 

Versi 106-126

Versione in prosa

Le gambe con le cosce seco stesse 

s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura 

non facea segno alcun che si paresse.                      108



Togliea la coda fessa la figura 

che si perdeva là, e la sua pelle 

si facea molle, e quella di là dura.                                 111



Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, 

e i due piè de la fiera, ch’eran corti, 

tanto allungar quanto accorciavan quelle.                   114



Poscia li piè di retro, insieme attorti, 

diventaron lo membro che l’uom cela, 

e ’l misero del suo n’avea due porti.                                         117



Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela 

di color novo, e genera ’l pel suso 

per l’una parte e da l’altra il dipela,                                           120



l’un si levò e l’altro cadde giuso, 

non torcendo però le lucerne empie, 

sotto le quai ciascun cambiava muso.                                   123



Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, 

e di troppa matera ch’in là venne 

uscir li orecchi de le gote scempie;                              126

Le gambe e le cosce si unirono così che  la giunzione tra le due pareva sparisse.




La coda prese la forma che l’uomo stava perdendo e la sua pelle si face morbida mentre quella dell’uomo divenne dura. 




Io vidi le braccia rientrare nelle ascelle, e i due piedi della bestia, che erano corti, allungarsi tanto quanto quelle si accorciavano. 




Poi le zampe di dietro, attorcigliate insieme, diventarono il membro che l’uomo nasconde, mentre quello del dannato si divise in due. 


Mentre il fumo coprì entrambi di un nuovo colore, il pelo si formò su di uno mentre l’altro lo perdeva. 




Uno si levò e l’altro cadde a terra, senza però distogliere l’empio sguardo (l’uno dall’altro) sotto al quale ciascuno cambiava 



Quello in piedi ritrasse il muso verso le tempie e data la troppa materia si formarono delle orecchie sulle guance. 

 

 

ciò che non corse in dietro e si ritenne 

di quel soverchio, fé naso a la faccia 

e le labbra ingrossò quanto convenne.                             129



Quel che giacea, il muso innanzi caccia, 

e li orecchi ritira per la testa 

come face le corna la lumaccia;                                    132



e la lingua, ch’avea unita e presta 

prima a parlar, si fende, e la forcuta 

ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.                         135



L’anima ch’era fiera divenuta, 

suffolando si fugge per la valle, 

e l’altro dietro a lui parlando sputa.                              138



Poscia li volse le novelle spalle, 

e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, 

com’ho fatt’io, carpon per questo calle».                     141



Così vid’io la settima zavorra 

mutare e trasmutare; e qui mi scusi 

la novità se fior la penna abborra.                                 144



E avvegna che li occhi miei confusi 

fossero alquanto e l’animo smagato, 

non poter quei fuggirsi tanto chiusi,                             147



ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; 

ed era quel che sol, di tre compagni 

che venner prima, non era mutato; 



l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.                             151

Ciò che non si ritrasse da quel mucchio, formò naso e faccia e ingrossò le labbra quanto era necessario.                                                                             





Quello che giaceva innalzò il muso e ritirò le orecchie nella testa come fa la lumaca con le corna; 




e la lingua, che prima aveva unita e si prestava a parlare, si divise, e quella biforcuta dell’altro si richiuse e il fumo cessò





L’anima che era diventata un serpente fuggì via per la valle sibilando, e l’altro lo seguì sputando





Poi gli volse le spalle appena create e gli disse: “ Io voglio che Buoso corra carponi come ho fatto io per questa valle”.





Cosi io vidi le anime della settima Bolgia mutare e trasformarsi; e qui mi scuso se la mia penna abbozza a causa dell’assoluta novità





E nonostante i miei occhi fossero confusi e il mio animo turbato, quei dannati non poterono fuggire di nascosto




Senza che io non riconoscessi Puccio Sciancato; ed era il solo, dei tre compagni che vennero prima, a non essersi trasformato;



 


l’altro era quello che tu, Gaville, lamenti 

 

 

 


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