LAVORI PRIMO LEVI - STORIE NATURALI E SOMMERSI E SALVATI (manca 1)
Lorenzo I, Stefano, Luca
Da Storie naturali, Pieno
impiego
Il racconto si apre con il dialogo
condotto in prima persona dal narratore
interno, una proiezione dell’autore, e il signor Simpson, un misto fra uno
scienziato e un piazzista, rappresentante della NATCA, multinazionale
dell'elettronica produttrice di attrezzature da ufficio. L’autore, che nella storia
è appunto uno dei protagonisti, è
attratto dall’esposizione dei progetti dello scienziato, al punto da voler
instaurare un dialogo con lui, che poi lo porterà a essere invitato a casa sua.
La dimora del signor Simpson pare al narratore e alla moglie una villa del
dopoguerra, che l’estroso funzionario aveva probabilmente comprato con pochi
soldi. Ai due viene offerto un tè accompagnato da una manciata di
mirtilli, portati come magicamente, da uno sciame ordinato di libellule,
che si presentano non appena il signor Simpson comincia a suonare un minuscolo
flauto. Notato lo stupore degli invitati, Simpson espone i metodi da lui ideati
per promuovere lo svolgimento di alcune mansioni attraverso la comunicazione
regolata da contratti stipulati con gli animali. Partendo da un
interesse suscitato dalla volontà e dalla potenziale possibilità di comunicare
con le api, il signor Simpson racconta di essersi dedicato a uno studio più approfondito del linguaggio
animale.
A questo punto della narrazione, tutti si spostano in giardino, dove agli occhi sempre più stupiti degli ospiti
vengono presentati gli animali con i
quali ha stipulato un contratto. Uno dei più impegnativi sembra essere quello concluso con le formiche, che prevede
la pulizia della villa e del giardino in cambio di protezione da insidie
naturali come i temibili formicaleoni,
le cui abitudini alimentari sono orientate appunto in direzione delle formiche.
Il patto include anche le libellule e le api, trascurando, per minor
importanza, le mosche e le zanzare, a causa delle reazioni avute dai suddetti
animali alle proposte collaborative.
La conversazione si sposta successivamente nel salotto della casa. Gli
ospiti si dimostrano leggermente scettici riguardo a questi nuovi metodi volti
a soppiantare (o affiancare) gli umani in attività fino a quel momento
riservate a loro, ma per convincerli l’ingegnoso Simpson mostra una scatola
contenente un resistore, assemblato grazie alle formiche e all’addestramento
che lui stesso aveva loro fornito. L’intenzione finale dello scienziato è
quella di poter usufruire di squadre del genere per svolgere altri lavori impossibili.
E lei parla questo linguaggio?
Male, per ora: ma lo capisco abbastanza bene, e me ne sono servito per farmi spiegare alcuni fra i più grossi misteri dell’alveare; come decidono il giorno della strage dei maschi, quando e perché autorizzano le regine a combattere fra loro fino a morte, come stabiliscono il rapporto numerico fra fuchi e operaie. Non mi hanno detto tutto, però: mantengono certi segreti. Sono un popolo di grande dignità.
Il passaggio appena
riportato si collega ad un argomento trattato da Donald Davidson, filosofo
statunitense. Davidson ha assegnato il titolo di Animali razionali a un
capitolo di uno dei suoi più celebri libri, Soggettivo, intersoggettivo,
oggettivo pubblicato nel 2001. Per Davidson si è dedicato allo studio dei
comportamenti animali e della connessione con il loro linguaggio. L’autore
introduce il concetto di atteggiamenti proposizionali, distinti in credenza, desiderio, intenzione e
vergogna. Si tratta di atteggiamenti riconducibili a creature razionali, ma
Davidson procede comunque domandandosi con quali criteri si stabilisca quando una creatura, supposta
razionale, abbia atteggiamenti proposizionali. Secondo l’ipotesi del filosofo,
questi ultimi sono infatti sufficienti per ritenere che un animale sia razionale,
in quanto è capace di fare ipotesi, immaginare, provare desideri, speranze e
sentimenti: tutti, appunto, atteggiamenti proposizionali. La loro struttura
consiste in credenze sostenute, a loro volta, da altre credenze e ognuna di
esse richiede altri atteggiamenti fondamentali come le intenzioni, i desideri,
ma soprattutto il dono del linguaggio.
Sembra dunque che Levi, anche senza aver letto il saggio in questione di
Davidson, concepisca un'idea del genere per i suoi animali pienamente
impiegati nel racconto che stiamo esaminando. Il signor Simpson, infatti,
si occupa precipuamente del linguaggio animale, in particolare di quello delle
api, intenzionato com'è a fare in modo che queste creature senzienti e
pensanti possano collaborare con lui sulla base di un regolare rapporto
contrattuale. Il tramite del linguaggio, tuttavia, è assolutamente
indispensabile e da questo proviene la scoperta di Simpson: all’interno del
regime dell’alveare le informazioni riguardo la distanza, la direzione e la
quantità di cibo vengono comunicate in una forma di linguaggio che si denomina
la danza ad otto, forma comunicativa ben nota agli entomologi già
all'epoca in cui è stato scritto il racconto. In questo, poi, Simpson si dice
affascinato e coltiva una forte passione per il linguaggio animale che lo porta
a estendere le sue ricerche ad altri insetti al di fuori delle api.
La citazione sopra riportata esprime un pensiero esposto da Simpson
riguardo alla comunità dell’alveare e al loro elemento caratterizzante, il
linguaggio. Sono un popolo di grande dignità, rileva Simpson, palesando
così la sua ammirazione, che s'accompagna tuttavia e una strumentalizzazione mitigata
solo dalla reciprocità garantita dal contratto stipulato. Le api,
insomma, vengono ricompensate, proprio come una volonterosa manodopera che non
si voglia solo sfruttare. L’utilizzo di un linguaggio rende il regno delle api
degno di essere considerato un popolo costituito da creature razionali,
aggiungerebbe Davidson. L’intelligenza delle api non solo è dotata della
capacità di valutare le dimensioni, l’età e la condizione fisica di un albero,
ma è anche in grado di comunicare le informazioni al resto del gruppo. Un’ape
può avere la credenza che un albero
sia ricco di polline, il desiderio e
l’intenzione di raggiungerlo, ipotizzare la quantità da prelevare di
cui l’alveare necessita, la speranza
che quell’albero non abbia qualche malattia. Tutti atteggiamenti proposizionali che rendono le api creature razionali.
Lo scienziato ha appunto cercato una corrispondenza tra il comportamento
animale e il loro linguaggio come il filosofo ha esposto nel suo libro e così
riassunto: una creatura non può avere un pensiero se non ha un linguaggio.
La fantascienza di Levi, affonda le radici nella tradizione narrativa
italiana, intrisa del cosiddetto realismo
magico proprio di autori come Bontempelli e Calvino, e della
scapigliatura del XIX secolo. Influenzato, per quanto concerne l’utilizzo
cospicuo di ironia, da Rabelais e Swift,
Levi conferisce alla sua fantascienza un valore antropologico ed etico più
vicino alle fantasie filosofiche di Voltaire che al genere tradizionale
americano.
Le sue storie naturali ruotano attorno a un'intuizione minima,
sviluppandosi poi progressivamente anche attraverso articolate considerazioni
che ineriscono spesso (come si è notato in Pieno
impiego) a temi scientifici, sviluppati in modo originale. In ragione della
sua formazione di chimico, i temi biologici risultano essere un elemento
importante di molte storie, e contemporaneamente un tratto distintivo. Quanto
poi alla piega ironica, ereditata dai citati Rabelais e Swift, oltre a
Voltaire, in Pieno Impiego essa
si può considerare addirittura strutturale, e non relegata a singoli passaggi
descrittivi o dialogici: Levi conduce a considerare gli effetti di un’improbabile alleanza tra l’uomo e il
regno animale, mescolando momenti di spiegazione scientifica delle loro
abitudini a passaggi in cui evidentemente esagera le loro capacità e pure la
loro disposizione collaborativa, proposta con una coloritura esageratamente
antropologica. Evidente, a questo proposito, quale sia l’intento comunicativo
connesso con tale forzatura: attribuisce a Simpson le caratteristiche di uno scienziato visionario, e anche un po’
pazzo, che suggerisce la possibilità di cancellare ogni forma di prevaricazione
anche nel mondo della natura, nonché,
vien subito da considerare, persino
contro natura. Si tratta di un’ idea che però potrebbe arrivare a stravolgere
l’ecosistema in cui viviamo e a cui siamo abituati, e dunque essere portatrice di effetti autodistruttivi. Con una sorta di capriola conclusiva, il racconto approda al sospetto più che
fondato che un utilizzo esteso dei
contratti possa creare un caos del tutto simile a quello che fino a ora
ha prodotto la massiccia industrializzazione, alla quale gli esseri umani si
sono prevalentemente dedicati.
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Andrea T., Camilla, Martina
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella
pena ritorna
Analisi del capitolo La vergogna de I sommersi e i salvati
L’importanza della testimonianza storica diretta (e dunque trasmessa
oralmente) è particolarmente preziosa in quanto permette al fruitore di
sentire, forse per l’ultima volta, un racconto che verrà in seguito eternato
grazie alla scrittura o video testimonianza. L’intervallo di tempo in cui
convivono generazioni diverse permette dunque ai più giovani di avere il
privilegio di sentire storie personali e quindi uniche, più o meno lontane
dalla contingenza che, se non fosse stato per la condivisione diretta, si
sarebbero dissolte per l’eternità; inglobate quindi in una narrazione più
astratta che esclude la quasi totalità dei particolarismi.
In questi termini è possibile spiegare la necessità per molti sopravvissuti
a scontri di natura bellica di scrivere e riprodurre in molteplici stili
narrativi (corrispondenti a determinate necessità del narratore) la propria
esperienza. In tal modo lo scrittore si prende cura della propria memoria,
combatte contro la deriva del ricordo (che coincide con lo scorrere del
tempo), alimenta il repertorio di consultazione storico-letteraria di cui le
nuove generazioni necessitano (tanto da un punto di vista formativo, quanto per
l’elaborazione critica del passato). Di quest’ultimo effetto, a cui la
testimonianza storica deve condurre, si è occupato a lungo il filosofo
Nietzsche (1).
L’unicità della testimonianza diventa ancor più preziosa in quanto il
narratore ha assistito a un processo di deumanizzazione, estraniamento e
omologazione che, per la sua specificità, esige una narrazione che ripercorra a
fondo ogni singolo aspetto del proprio passato, al fine di ricostruire le
modalità che hanno condotto l’umanità a compiere orrori. A questa categoria
appartiene la testimonianza dei sopravvissuti ai campi di annientamento
nazisti quali Primo Levi.
Vi è dunque un ultimo elemento suggestivo che la scrittura è in grado di
creare. Si tratta della capacità di abbattere le barriere temporali che
separano il narratore dal fruitore creando, in tal modo, un legame
indissolubile. Uno dei prodigiosi effetti prodotti dalla tecnica narrativa
adottata da Primo Levi è la compartecipazione emotiva che si determina
tra lettore e narratore. Il primo, se non fosse per la realtà che lo circonda,
potrebbe addirittura figurarsi di essere dinanzi al narratore stesso e udire
direttamente da lui le parole impresse su carta.
Levi rintraccia nella forte carica emotiva suscitata dal ricordo di un
passato doloroso un pericolo a cui il testimone è comunque pronto a sottoporsi,
seppur con la consapevolezza di dover adottare una specifica tecnica narrativa.
Quest’ultima deve permettere al narratore di combattere contro le insidie della
memoria che, infatti, con lo scorrere del tempo, è soggetta a una progressiva
degradazione (La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace)
(2). Ne I sommersi e i salvati (3) dunque l’autore dichiara:
Un’apologia è d’obbligo. Questo stesso
libro è intriso di memoria: per di più, di una memoria lontana. Attinge
dunque ad una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso. Ecco:
contiene più considerazioni che ricordi, si sofferma più volentieri sullo stato
delle cose qual è oggi che non sulla cronaca retroattiva. Inoltre, i dati che
contiene sono fortemente sostanziati dall’imponente letteratura che sul tema
dell’uomo sommerso (o salvato) si è andata formando, anche con la
collaborazione, volontaria o no, dei colpevoli di allora; ed in questo corpus
le concordanze sono abbondanti, le discordanze trascurabili. Quanto ai miei
ricordi personali, ed ai pochi aneddoti inediti che ho citati e citerò, li ho
vagliati tutti con diligenza: il tempo li ha un po’ scoloriti, ma sono in buona
consonanza con lo sfondo, e mi sembrano indenni dalle derive che ho descritte.
(La memoria dell’offesa)
Così dunque si può comprendere lo spirito con cui Levi ha deciso di
comporre il saggio I sommersi e i salvati. L’autore manifesta la volontà
di comprendere i meccanismi di una logica non sua per poter condurre un
giudizio critico morale che vada ben oltre alla superficialità delle analisi
del periodo in cui Levi scrive (in cui si giunse perfino a negare ogni
evidenza). Tale giudizio deve astrarsi in parte dal ricordo, e ragionevolmente
dal pregiudizio, del trauma. Nel capitolo che reca titolo La vergogna
Levi tenta dunque di ricostruire, passo dopo passo, le molteplici forme con le
quali il sentimento della vergogna si è manifestato nei sopravvissuti ai campi
di sterminio.
Una specificità della narrazione di Levi è quella di sostenere in tutte le
sue analisi l’unicità dell’esperienza del singolo individuo. A tale scopo
l’autore astrae il più possibile dalla sola esperienza personale e rifugge
dalla semplificazione che ha nella dicotomia (prima tra tutte quella del noi-
sopravvissuti e quindi buoni; e loro, i tedeschi) (4) il suo fondamento.
L’operazione della semplificazione adottata nella ricostruzione storica ha come
principale esito la pretesa di narrare esclusivamente ciò che concerne il vero.
A tal proposito Levi sostiene che i rapporti umani in Auschwitz erano molto
complessi. Lo spazio che separa le vittime dai persecutori non è vuoto, non
lo è mai; è invece costellato di figure turpi o patetiche (a volte
posseggono le due qualità [vittima e persecutore] ad un tempo).
È uno spazio che è indispensabile conoscere.
Il ritorno all’umanità ha determinato per molti salvati, un profondo
senso di angoscia:
In quel momento, in cui
ci si sentiva di ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene
degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale
intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile,
definitiva; della vita da ricominciare in mezzo alle macerie, spesso da soli.
La fase di angoscia vissuta da molti salvati corrisponde a uno stato
di perdizione interiore. Il ritorno allo stato umano coincide con la
riacquisizione delle propria morale e permette di riguardare il mare
periglioso che si è attraversato non più con gli occhi dell'oppresso, ma
con quelli di colui che è sopravvissuto all’oppressione e che deve fare ora i
conti con il processo di annullamento spirituale che ha subito in Lager.
Il forte sentimento di vergogna (quella che i tedeschi non conobbero,
quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde
che esista) che si è manifestato con la liberazione è di difficile
spiegazione e merita di essere in primo luogo separato da quell’altra vergogna
che, forse, hanno provato i prigionieri che hanno contribuito ad acuire la
violenza nell’impero concentrazionario (tra questi coloro che potevano
sostituire i numeri di matricola sugli elenchi dei prigionieri destinati al
gas).
La vergogna del sopravvissuto è spesso nata dalla consapevolezza di aver
operato in Auschwitz un cambiamento del proprio metro di giudizio morale. Il
prigioniero viveva nel presente e il pensiero era indirizzato inevitabilmente
al proprio stato menomato (fame, fatica, freddo, sporcizia erano le principali
preoccupazioni). Per tale ragione difficilmente si sono verificati suicidi in
Lager perché operare una scelta è un’azione che connota l’essere umano; nel
campo di sterminio lo stato di umanità viene sottratto. Avere la possibilità di
esercitare nuovamente il pensiero, rivolgere lo sguardo indietro e, in ultima
analisi, riacquistare la libertà è stata per molti un'occasione di dialogo con
il proprio demone: il senso di colpa dell’uomo libero. Tale amarezza
nasce dalla consapevolezza di non aver opposto abbastanza resistenza, di non
aver sacrificato la propria vita per salvarne molte altre, di aver soppiantato
ogni forma di solidarietà a vantaggio dell'egoismo.
L’insieme dei cambiamenti del codice morale a cui il Lager ha condotto
provocano uno stato di smarrimento nel sopravvissuto che, non riconoscendo più
se stesso, si disprezza. Un po’ come per il ricordo doloroso, anche nel caso
della vergogna il soggetto tenta di trovare un nuovo equilibrio che gli
consenta di stare meglio e sentire meno il dolore. In alcuni casi vi è stata la
scelta del silenzio (molti testimoni della shoah hanno deciso di non parlarne),
in altri quella del suicidio (la matrice è stoica: quando la vita non è più
degna di essere vissuta è pur possibile che la soluzione migliore sia sottrarsi
a quest’ultima) e infine vi è la scelta di testimoniare e scrivere. Tali
soluzioni non è detto che si manifestino in maniera esclusiva in ciascun
individuo (5), questo a riprova del fatto che parlare dello stato interiore del
sopravvissuto sia cosa assai complessa e articolata, non di certo
circoscrivibile alla sola divisione categoriale di sopra enunciata (Va
ricordato che ognuno di noi, sia oggettivamente, sia soggettivamente, ha
vissuto il Lager a suo modo).
Accanto alla vergogna generata dalla mancata solidarietà, o dal mancato
tentativo di ribellarsi, ve n’è un’altra, forse ancora più incisiva e
opprimente. Si tratta della vergogna di essere sopravvissuti al posto di altri;
di aver sottratto indirettamente la vita a qualcun altro. Nelle pagine che Levi
scrive a proposito di questo costante sospetto di essere sopravvissuto a spese
di un altro prigioniero emerge una considerazione ancora più universale: è
forse possibile che ciascuno di noi viva al posto di un altro.
L’assunzione merita di essere sviscerata nelle sue dirette implicazioni: se
il sopravvissuto è vivo a spese di qualcun altro significa che ha agito in
maniera diversa dal sommerso, ovvero da colui che ha toccato il fondo e
per questo è morto: sono morti i compagni che hanno aiutato a spingere e
tirare, sono morti coloro che hanno sempre tentato di confortare gli altri
e ancora coloro che hanno esercitato fino all’ultimo la facoltà della memoria,
combattendo strenuamente contro la deriva del ricordo in Lager. In
ultima istanza si può dire, afferma Levi, che siano morti coloro che hanno
visto qualcosa di così terribile da non poter tornare per raccontarlo. I sommersi
hanno subito una morte intellettuale mesi prima della loro morte
corporale per la loro impossibilità di cedere allo stato animalesco; hanno
subito una destituzione violenta della propria identità. Sono anime che hanno
speso parte delle loro energie per alimentare il sentimento e che infine, si
sono spente per sfinimento.
In effetti nella terminologia adottata da Levi permane il senso di angoscia
di aver sottratto la vita a qualcun altro: se qualcuno si è salvato ci
sono state delle condizioni che gli hanno permesso di farlo; in ultima analisi
se vi è un salvato, da qualche parte, c’è stato un sommerso che ha
permesso ai tedeschi di considerare efficiente il campo della morte.
Tale sospetto diventa negli scritti di Levi consistenza sempre più
rilevante. Al 1984 risale la composizione di una poesia che reca titolo Il
Superstite.
“Since then, at an
uncertain hour”,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.
“Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro e mangio
e bevo e
dormo e vesto panni”.
(Il Superstite, 4 febbraio 1984, Primo
Levi)
Nel componimento Levi personifica la colpa che diventa una presenza
ricorrente e opprimente. La colpa si manifesta nel poeta che oppone resistenza.
Quest’ultima si rivela tuttavia essere vana, dal momento che, se inascoltata,
la colpa comincia a infondere dolore, il quale non può che essere sentito. Si
tratta dunque di tornare una volta di più alle memorie del passato, in
Auschwitz. Levi rivede i volti dei compagni, pallidi in viso, illuminati da una
timida luce, coperti da uno strato di polvere, lo stesso che si trova
probabilmente sul suo viso. L’immagine si arricchisce: i volti dei compagni
sono morti, privati di qualsiasi connotazione.
Ne’ I sommersi e i salvati il tema si ripropone in maniera simile,
quasi come se fosse un costante e agognante sospetto quello di aver contribuito
alla morte di qualcun altro:
Non lo puoi escludere:
ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e
che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni
palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti
avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state
offerte...), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi
escludere.
Tale ritorno che la mente si permette di fare nel salvato è, per la
sua forte carica suggestiva, paragonabile all’esperienza onirica che alle volte
replica, enfatizzando al massimo grado, un trauma vissuto. A tal proposito è
utile ritornare alla filosofia nietzschiana la quale è stata messa
profondamente in discussione (così come buona parte della filosofia del
Novecento) dopo la seconda guerra mondiale, e proprio per via della inusitata,
mai sperimentata prima, dimensione del male scatenato
nell’operazione concentrazionaria.
Il risentimento, diceva Nietzsche, nasce dall’impossibilità per la volontà
di accettare che qualcosa sia accaduto, dalla sua incapacità di riconciliarsi
col tempo e col suo così è stato. Tale assunto si poggia sull’idea dell’eterno
ritorno: il superuomo (o oltreuomo) dovrebbe infatti, desiderare
che tutto ciò che è accaduto si ripeta altre infinite volte nonostante il
dolore provato. In tal senso il filosofo sostiene che l’eterno ritorno
sia la vittoria sul risentimento in quanto implica una costante rassegnazione
dinanzi al passato (che è destinato infatti, a ripetersi).
Tale assunto è stato profondamente criticato da molti superstiti. (6) Non
si può dire lo stesso di Levi il quale, infatti, sostiene: Non si può volere
che Auschwitz ritorni in eterno, perché, in verità, esso non ha mai cessato di
avvenire, si sta sempre ripetendo.
Oltre al rilievo di tipo storico l’autore pratica costantemente un ritorno
in Auschwitz attraverso l’esperienza onirica la quale (proprio come il filosofo
Giorgio Agamben ha rilevato nell’opera Quel che resta di Auschwitz, 1998)
si ripropone costantemente nella vita e nella testimonianza di Primo Levi. Il
soggetto che sogna non riconosce più cosa sia vero e cosa sia alterato e rivive
l’esperienza traumatica accompagnata da anomalie difficilmente
spiegabili.
Il sogno è dunque motivo ricorrente nella testimonianza di Levi, tanto che
spesso l’autore si sofferma sulla descrizione di quest’ultimo (tanto in poesia
quanto in prosa):
E’ un sogno entro un
altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la
famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente
insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena;
eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di
una minaccia che incombe.
E infatti, al procedere
del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso,
tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e
l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono
solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo
significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e
nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno
dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo
sogno interno, il sogno di pace, è finito, e, nel sogno esterno, che prosegue
gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi
breve e sommessa. E’ il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera,
temuta e attesa; alzarsi, “Wstawach””. (Il risveglio, La tregua, 1963 Primo Levi)
Levi ha fatto ritorno a casa sua dopo trentacinque giorni di viaggio (il 19
ottobre). Vario nei particolari, ma unico nella sostanza, viene a
visitarlo, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. Il
sogno ora descritto nell’ultimo capitolo de La tregua si svolge entro le
mura del suo appartamento a Torino. Sebbene in apparenza possa risultare privo
di tensioni (l’ambiente è infatti placido e disteso,), l'autore comincia
a percepire una sensazione di minaccia imminente che si manifesta sotto
forma di una sottile angoscia destinata a crescere al procedere del
sogno.
Tale apparente armonia, tuttavia, vacilla sin dai primi versi: si tratta
infatti di un sogno entro un altro sogno, immagine che permette di
assumere che la vita è sogno e che nulla sia dunque reale.
Tale precario equilibrio si spezza dopo poco, . quando
improvvisamente, senza indugio alcuno, l'armonia s’interrompe, tutto si
sgretola e si determina il caos intorno al narratore.
Levi si trova ora al centro di un nulla grigio e torbido e comincia
dunque a capire perfettamente l’origine dell’angoscia conosciuta poco prima
entro le mure di casa sua. Ed ecco che le pareti della casa sono ormai crollate
brutalmente, strappati una volta di più gli affetti, le persone,
(sicché il 'l modo ancor offende) ed ecco che ritorna il
Lager. Non vi è il tempo di adeguarsi al primo rovesciamento (avvenuto con la
caduta delle pareti di casa) che già se ne compie un altro. A sgretolarsi sono
ora i confini tra sogno e realtà, tanto che ciò che Levi era convinto fosse il
mondo vero, viene a quel punto percepito come inganno dei sensi, breve
vacanza, sogno. L’autore ha la percezione, anzi la sicurezza, di non
aver mai messo piede fuori dal Lager e che ancora il suo ritorno nella terra
degli uomini liberi sia stato solo sogno di pace (finito, interno
ad un sogno esterno-quello del Lager- in ultima analisi dunque, un
sogno imperfetto e fugace). Nel sogno si sente ora una parola che, a dispetto
della catastrofe appena vissuta, non si dimostra imperiosa, bensì breve
e sommessa seppur straniera: Wstawać (alzarsi). Questa
l’ultima parola de La tregua, nonché prima e ultima connotazione sonora
presente nell’esperienza onirica dell’autore.
Il lettore ha come l’impressione che sia un sogno destinato a rimanere muto
poiché non ci sono più le parole di Levi a proseguire con la narrazione di
quest'ultimo.
Nella variante registrata in poesia Alzarsi, la feroce esperienza si
rivela sotto forma di certezza profetica:
Sognavamo nelle notti feroci
sogni densi e violenti
sognati con anima e corpo:
tornare, mangiare; raccontare.
Finché suonava breve e sommesso
il comando dell’alba:
“Wstawach”;
e si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio,
abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo. Presto udremo ancora
il comando straniero:
“Wstawach””.
Nel componimento è possibile rintracciare la particolare importanza che
Levi conferisce alla testimonianza. A tal proposito è possibile rilevare una
contraddizione più che comprensibile nelle considerazioni dell’autore.
Testimoniare ha da un lato rappresentato in Levi un’azione doverosa, al fine di
rendere il passato consistente e salvaguardarlo dalla deriva del ricordo.
Dall’altro tuttavia la stessa azione di testimoniare diventa un macigno che il
sopravvissuto porta con sé. Quest’ultimo rilievo si può sostanziare dalla
lettura delle sue stesse considerazioni rispetto alla testimonianza:
ma il pensiero che
questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di
sopravvivere, e di vivere per molti anni senza grossi problemi, mi inquieta,
perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato.
Questa è forse un’altra sorgente di angoscia la quale si autoalimenta dalla
stessa fonte che dovrebbe, invece, attenuarla (la testimonianza). Il contributo
di Agamben sotto questo profilo è piuttosto spietato. Il filosofo definisce puerile
l’esame di coscienza a cui Levi si è sottoposto nel corso degli anni e
manifesta un’insoddisfazione rispetto al tentativo dell’autore di sviscerare le
radici della vergogna del sopravvissuto. (7) Vi sono tuttavia anche
considerazioni che legittimano, seppur solo in parte, il mancato supporto a
Levi da parte del filosofo Agamben. Lo scetticismo di Agamben rispetto alla
testimonianza di Levi proviene, probabilmente, dalla presenza di alcune
contraddizioni. Queste ultime tuttavia, come Levi ammette ripetutamente nelle
sue opere e nei suoi contributi, fanno parte del Lager stesso: non si può
parlare del mondo concentrazionario senza rilevare in esso innumerevoli
anomalie e contraddizioni. Agamben tenta dunque di trovare quella
differenziazione dicotomica che Levi dichiara di non voler per nessun motivo al
mondo perseguire, proprio per quella unicità e complessità proprie di
Auschwitz, l’impero concentrazionario.
Vi è infine un’ultima sorgente di vergogna: la vergogna del mondo.
Quest’ultima è quella che prova il sopravvissuto nei confronti del genere
umano; quella vergogna di appartenere a una specie che non è stata in grado di
agire ed è vissuta per tutta la guerra nell’ipocrisia. Non avevano visto i
campi di sterminio, ma sapevano della loro esistenza, respiravano il fumo di Auschwitz,
utilizzavano quantità enormi di capelli provenienti dai Lager per la produzione
tessile, utilizzavano le ceneri provenienti dai crematori per colmare terreni
paludosi o ancora per sostituirle alla ghiaia e calpestarle.
La consapevolezza della bassezza dell’umanità determina, dunque, il
sentimento di vergogna. Quest’ultima nasce dalla coscienza di sentirsi parte
del medesimo gruppo sociale, di riconoscersi come un essere umano uguale
a tutti gli altri, e di disconoscere dunque la propria stessa specie a cui un
tempo si era data così tanta fiducia. Proprio per tale fiducia mal riposta Levi
si dimostra insoddisfatto, oppresso dalla consapevolezza dell’atrocità di
cui l’umano è capace e dalla vergogna dell’indifferenza di chi è rimasto
un’isola e ha dimostrato che l’umanità è capace di costruire una mole
infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla,
senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.
Non si tratta dunque di provare un senso di vergogna circoscritto
all’azione degli assassini che hanno agito con violenza, ma anche esteso
a coloro che non lo hanno fatto, che sono scomparsi e si sono riproposti
a guerra finita, spesso con mancata assunzione di colpe (è il caso del Dottor
T.H. di cui Levi riporta una corrispondenza epistolare tenutasi nel 1962 e
nella quale l’interlocutore è evidentemente un nazista non fanatico ma
opportunista pentitosi quando era opportuno pentirsi, stupido quanto basta per
credere di farmi credere alla sua versione semplificata della storia recente).
Il male, avrà modo di dimostrare Hannah Arendt seguendo, tra l’altro, il
processo di Eichmann, sa essere molto distruttivo nella sua assoluta
banalità, presente anche in soggetti che si situano ai margini
dell’organizzazione sociale o che, addirittura, posti in circostanze differenti
da quelle che li hanno resi efficaci strumenti di morte, sarebbero innocui o
persino benefici per altri.
Note
(1) Friedrich Wilhelm Nietzsche, nato il 15
ottobre 1844, è stato un filologo, filosofo e saggista tedesco. Cittadino
prussiano fino al 1869, poi apolide, ha preso parte al conflitto tra Francia e
Germania del 1870 in veste di infermiere, esperienza che ricorda in La
nascita della tragedia. La forte ammirazione per il bel Paese lo
spinge a compiere numerosi viaggi in Italia durante i quali continua ad
intrattenersi nella produzione filosofica. Durante la sua permanenza a Torino,
scrive i famosi biglietti di follia, attraverso i quali tenta di
contattare personaggi più o meno rilevanti dell’epoca, tra cui il Kaiser di
Germania, il Papa, e Umberto I re d’Italia.
Nietzsche, pensatore originale e dall’influenza indiscutibile (in
particolar modo nel territorio tedesco) nel mondo occidentale del XIX secolo,
diventa il precursore di una nuova maniera di coltivare il pensiero filosofico
(tanto attraverso l’informalità quanto attraverso la provocazione).
Il suo contributo filosofico nasce dalla necessità di interpretare il
declino della civiltà occidentale a partire dalla riflessione sulla cultura
greca (classica) la quale svolge un ruolo determinante nella sua formazione
(studia per lungo tempo filologia greca).
Tra le Considerazioni inattuali in Sull’utilità e il danno della
storia per la vita (1874) il filosofo di Lützen rintraccia nella malattia
storica la causa principale della decadenza della civiltà europea
dell’Ottocento. Nietzsche afferma che se la storia deve essere a servizio
della vita l’eccessivo storicismo del XIX secolo ha invece
avuto come unico effetto la trasformazione degli esseri umani in
enciclopedie ambulanti. Il filosofo non disdegna di certo la storiografia
in quanto tale, bensì mal sopporta l’eccesso di nozionismo. Il rapporto con la
storia si può manifestare come semplice imitazione di modelli (La storia
monumentale imbroglia con le analogie: incita il coraggioso all’audacia con
somiglianze seducenti, l’entusiasta al fanatismo, e se si pensa questa storia
nelle mani e nelle teste degli egoisti ben dotati e di malvagi fanatici,
verranno distrutti regni, uccisi principi, istigate guerre), come tutela
delle tradizioni pregresse (solo misurazioni e proporzioni delle cose
rivolte al singolo o al popolo, che guardano indietro in maniera antiquaria) o
ancora come eccesso di criticismo (la storia critica- cioè giudicante
e condannante).
La soluzione dunque coincide con il recupero di un sincero legame con il
passato, che rifugga dall’eccesso a cui le tre tipologie di approccio alla
storia possono condurre: Il popolo al quale una cultura corrisponde deve
solamente in ogni realtà essere qualcosa di vivamente unico e non cadere
a pezzi così miseramente, frantumato in interno ed esterno, in forma e
contenuto. Si tratta dunque, di restituire dignità alla storia evitando di
trasformarla in una asettica disciplina nozionistica. In Così parlò
Zarathustra la visione della storia diviene ancora più complessa. Al fine
di recuperare l’impulso dionisiaco represso nei secoli dalla cultura
occidentale, diventa opportuno a detta del filosofo raggiungere uno stato
superiore che si colloca al di là del bene e del male e che accetta l’eterno
ritorno dell’uguale e, dunque, una visione dell’universo nel quale ogni
istante, ogni dolore, è destinato a ripetersi infinite volte sempre uguale a se
stesso. Tale concezione è da ricondurre alla visione non finalistica con la
quale il filosofo intende spiegare il mondo.
(2) La memoria dell’offesa, capitolo primo I sommersi e i salvati
(3) Si tratta dell’ultimo saggio composto da Primo Levi e pubblicato nel 1986.
Si tratta di un'analisi condotta dall’autore che partendo dalla personale
esperienza di prigioniero si allarga a considerazioni di carattere universale
attuando a, tale scopo, un confronto con esperienze analoghe della storia
recente. Il testo è fondamentalmente composto da riflessioni sugli aspetti più
significativi dell’esperienza tragica dei prigionieri sopravvissuti ai campi di
concentramento del regime nazista. Sono proprio i ricordi, i sentimenti e le
sensazioni provate al momento della liberazione e negli anni a seguire che
hanno permesso l’elaborazione critica del passato vissuto.
(4) Il tema viene ulteriormente indagato nel capitolo La zona grigia de
I sommersi e i salvati
(5) Come nel caso di Liliana Segrè che per lungo tempo ha scelto il
silenzio, per poi cominciare a raccontare a quarantacinque anni dalla fine
della guerra.
(6) I risentimenti come dominante esistenziale sono, per i miei pari,
l’esito di una lunga evoluzione personale e storica… I miei risentimenti
esistono affinché il delitto divenga realtà morale per il criminale, affinché
egli sia posto di fronte alla verità del suo misfatto… Questa una citazione
da uno scritto di Jean Améry (superstite dell'Olocausto e scrittore austriaco)
dalla quale si comprende a pieno come la filosfia nietzschiana abbia suscitato
in molti sopravvisuti se non un disprezzo, sicuramente una rivalutazione
(Amèry, per esempio, enuncia una vera e propria filosofia anti-nietzschiana del
risentimento la quale rifiuta di accettare che l’accaduto sia stato ciò che
è stato).
(7) Subito dopo, nel tentativo di individuare le radici di quella colpa,
lo stesso autore che poco prima si era rischiato senza timore in un territorio
assolutamente inesplorato dell’etica, si sottopone a un esame di coscienza così
puerile da lasciare il lettore a disagio. Le colpe che ne emergono (aver scosso
talvolta le spalle con impazienza di fronte alle richieste dei compagni più
giovani, o l’episodio del filo d’acqua condiviso con Alberto, ma negato a
Daniele) sono, naturalmente, veniali; ma il disagio del lettore non può che
riflettere qui l’imbarazzo del superstite, la sua impossibilità di venire a
capo della vergogna. (Giorgio Agamben, Quel che resta di
Auschwitz).
Primo Levi scrive, per I Sommersi e i Salvati, una prefazione di suo pugno in cui avvia alcune delle riflessioni che verranno approfondite e documentate, attraverso narrazione di episodi personali, nel testo. L’Autore considera, per cominciare, che il 1942 fu l'anno in cui cominciarono a diffondersi le prime notizie sulle vicende che si stavano verificando all'interno dei Lager, ed erano del tutto vaghe e confuse. I nazisti sapevano che la mostruosità delle azioni che stavano perpetrando avrebbe reso molto difficile alle persone credere a quanto loro venisse successivamente racco ntato. I membri delle SS, forti appunto di tale consapevolezza, affermarono con arroganza, in base a quanto documenta un memorialista citato da Levi (Simon Wiesenthal), che avrebbero distrutto ogni prova, ucciso i prigionieri e, anche nel caso in cui qualcosa dovesse emergere, avrebbero negato gli eventi. Questa strategia, sfacciatamente esibita, a quanto pare, mirava a manipolare la percezione pubblica degli eventi, inducendo il dubbio e la negazione rispetto alle testimonianze dei sopravvissuti. L'incapacità o difficoltà di credere a quanto accaduto non era confinata solo ai Lager, ma si estendeva a vari contesti come ghetti, stazioni di polizia e asili per i minorati mentali. Ciò suggeriva che la mancanza di comprensione non riguardasse solo un aspetto della persecuzione, ma coinvolgesse diversi aspetti delle atrocità compiute o, più in generale, l’intero piano elaborato dal III Reich per arrivare al controllo totale della popolazione. Nel periodo che precedeva la fine del regime nazista, furono comunque intraprese azioni mirate a occultare nascondere le crudeltà commesse, rivelando così una precisa preoccupazione in merito a quelle che si sarebbero poi rivelate come le imperfezioni dell'apparato burocratico, ma anche come debolezze o lacune riconducibili all’ideologia nazista; insomma, le autorità naziste furono costrette a riconoscere che i campi, originariamente concepiti come strumenti di terrore e morte, erano a quel punto diventati pericolosi per la Germania stessa, o meglio, per coloro che in veste di gerarchi e comunque di detentori del potere a vari livelli avevano fatto in modo che funzionasse questa macchina di morte. Di qui l’urgenza di fare in modo che il segreto custodito da quei prigionieri, considerato il massimo crimine nella storia umana, venisse cancellato per sempre. La distruzione degli archivi dei Lager negli ultimi giorni di guerra costituì una perdita irrimediabile, e non a caso alimenta ancora oggi il dibattito sulla cifra esatta delle vittime dell'Olocausto; inoltre, per occultare i corpi delle vittime, i prigionieri furono costretti a disseppellire i resti dei loro compagni ed a bruciarli all'aperto. A seguito di tale occultamento i nazisti decisero di trasferire gli ex prigionieri verso l'interno del paese: questo episodio divenne un tentativo estremo di ridurre il numero di superstiti, una tattica per allontanare i prigionieri dalle forze alleate, condannandoli a morte quasi certa durante il viaggio.
Per quanto riguarda coloro che erano dalla parte degli oppressori, sebbene in molti sapessero poco e pochi sapessero tutto, condividevano sicuramente una consapevolezza delle atrocità commesse. Tuttavia, la mancata diffusione della verità sui Lager si preparava a diventare la colpa collettiva del popolo tedesco, nonché l’effetto diretto di una scelta. Questo silenzio diffuso diventa una chiara dimostrazione della viltà imposta dal terrore hitleriano: coloro che conoscevano l'orribile verità erano costretti dalla paura a tacere, analogamente a quelli che la sospettavano ma non erano intenzionati a richiamare su di sé l’attenzione con delle denunce pubbliche . Oltre a esserci gli spettatori silenziosi, vi erano ovviamente anche coloro che potevano trarre profitto dalla situazione, come ad esempio alcuni settori dell’industria, che beneficiarono ampiamente delle commesse militari e d’altro genere provenienti dagli Alti Comandi del Reich. Levi è sempre attento a richiamare l’attenzione, già a partire dalla prefazione, sulle multiple sfumature della responsabilità individuale e collettiva, per evitare di procedere a semplificazioni nocive sia alla verità storica, sia al senso critico, che si può sperare di maturare al fine che eventi così negativi per l’umanità non si ripetano. A tale proposito Primo Levi riconosce l'importanza di preservare le memorie di coloro che hanno vissuto tali esperienze traumatiche, sottolineando però la necessità di leggerle con un approccio critico, consapevoli che delle intense emozioni come pietà e indignazione potrebbero averle influenzate e modificate. Levi dipinge un ritratto in cui i sopravvissuti di cui recita il titolo del saggio erano intrappolati in un mondo di terrore, circondati dalla morte, ma al contempo incapaci di comprendere appieno l'entità della tragedia che si svolgeva intorno a loro. Quanto poi alla quotidianità, nel campo di concentramento essa determina un cambiamento di tutte le gerarchie alle quali si è abituati: normali, scrive Levi, erano i prigionieri che sono sopravvissuti per circostanze fortuite, e sono stati davvero pochissimi, mentre a salvarsi sono stati i privilegiati, quelli che per qualche motivo hanno avuto appunto dei privilegi che sono stati fondamentali per la loro sopravvivenza. Levi scrive di essere stato un privilegiato e anche di essere consapevole del fatto di non aver potuto quindi conoscere fino in fondo l’orrore del lager, dato che chi ha avuto questa sorte o è morto oppure non è sicuramente stato in grado di scriverne dopo. Il punto è, ragiona ancora Levi, che si sarebbe dovuto riuscire a essere privilegiati senza disporsi a compromessi e mantenendo la lucidità necessaria e sufficiente a raccontare tutto. Una specie di condizione affine a quella di Dante pellegrino nel regno infernale, vittorioso nella lotta contro la pieta eppure coinvolto completamente nella pena inflitta ai dannati. Insomma, una situazione che occorre riuscire a immaginare, ma che non si è prodotta. Anzi, In questo contesto, emerge una lotta quotidiana di tutti i prigionieri. Questa osservazione solleva interrogativi sulla rappresentatività delle storie raccontate, poiché chi ha veramente vissuto le situazioni più estreme spesso non è tornato per raccontare la storia, o se l'ha fatto, la sua capacità di osservazione potrebbe essere stata paralizzata dalla sofferenza e dall'incomprensione. Alcuni reduci, inoltre, forse per proteggersi, sembrano aver scelto di affrontare il passato in modo semplice, per non dire superficiale, quasi evitando di scavare nelle ferite più profonde della loro esperienza.
Un capitolo a sé, tra quelli più complicati da scrivere e da leggere, è sicuramente quello relativo alla zona grigia, spazio nel quale vivevano i prigionieri che hanno collaborato con l'autorità nazista, che diventa un tassello fondamentale nella comprensione dell'essere umano (con tutte le sue contraddizioni) quando è a rischio la sua sopravvivenza. Quello che colpisce di più sono i comportamenti ambigui dei prigionieri all'interno dei Lager: nonostante indossino la stessa uniforme, alcuni di loro diventano i responsabili delle prime minacce e violenze, inducendo a dubitare, una volta di più, sulla possibilità di prevedere quali possano essere i comportamenti umani, soprattutto in circostanze estreme. creando un'immagine di una realtà interna al campo che è tutto fuorché quella che ci si aspetterebbe. Attraverso la lettura della prefazione è possibile farsi un’idea del tormento che Levi ha provato prima, durante e dopo l’operazione di ricostruzione di questo specifico passato: non tanto per quanto riguarda il diluvio di sensazioni e emozioni, ma proprio in relazione alla lucidità razionale, all’acume analitico dispiegato fin dall’inizio per riuscire a rendere conto di quella combinazione lucida di ingegno tecnologico e crudeltà volta a promuovere il male assoluto, che ha reso l’universo concentrazionario un caso unico, per ora, nella storia.
___________________________________________________________________________________Il primo capitolo dei I sommersi e i salvati, di Primo Levi, offre una profonda riflessione sulla vulnerabilità della memoria umana, specialmente quando si tratta di esperienze traumatiche estreme, nel suo caso la prigionia ad Auschwitz. Levi, servendosi della sua esperienza, esplora il modo in cui i ricordi si degradano nel tempo, sottolineando che non solo tendono a svanire, ma possono essere distorti o arricchiti da elementi estranei, per rendere il ricordo meno doloroso per il soggetto.
La memoria, per Levi, è vulnerabile ad una serie di fattori, tra cui traumi, repressioni e rimozioni. L'autore si oppone recisamente alla convinzione che la memoria sia un archivio immutabile degli eventi passati, sottolineando come la frequente rievocazione possa mantenere i ricordi vividi, ma allo stesso tempo contribuire alla formazione di idee che sostituiscono la memoria originale, alterando il ricordo.
Particolarmente interessante è l'analisi di Levi riguardo alle memorie legate alle esperienze estreme, come le offese subite o inflitte. Egli evidenzia come tali ricordi siano suscettibili a distorsioni e cancellazioni, creando una situazione in cui la memoria del dolore può essere compromessa.
Levi espone anche un altro problema, servendosi delle figure modello della vittima e dell’oppressore, entrambi ostacolati dalla memoria e dalla difficoltà di affrontare il passato. Sottolinea la complessità della condizione umana, dove la giustizia richiede la condanna dell'oppressore che deve subire le conseguenze delle sue azioni, ma anche la comprensione e l'assistenza alla vittima intrappolata nei ricordi dolorosi, esplicitando come in generale questi due aspetti non siano sempre presenti allo stesso momento.
Nel corso del testo, Levi esamina le giustificazioni degli oppressori, rilevando quanto il loro modo di ragionare risulti improntato in modo simile, indipendentemente dalla loro intelligenza o personalità. Questa analisi evidenzia l'entità della distorsione della verità e la malafede di coloro che cercano di giustificare le loro azioni, servendosi semplicemente del tempo che è passato dall’evento, per far cadere la loro colpa su altri fattori, principalmente mentali e incontrollabili.
L'autore prosegue parlando di Eichmann e Höss e di come abbiano elaborato il loro passato, difendendosi attraverso l'argomentazione, molto diffusa nelle circostanze processuali, di aver solo obbedito agli ordini, quindi in un regime di costrizione (dettata dallo spirito di servizio) e non di autonomia decisionale. In particolar modo Eichmann, uno degli artefici della Soluzione Finale, sostenne costantemente di aver agito in base a ordini superiori e di essere stato semplicemente un esecutore. Levi, analizzando questa argomentazione, mette in discussione il fatto che si possa invocare la necessità di obbedire, nel caso in cui le azioni imposte siano così contrarie allo spirito di umanità e i soggetti imputati risultino comunque in grado di intendere e di volere, come nel caso di questi gerarchi. Analogamente Höss, comandante di Auschwitz, cercò di giustificare le sue azioni sostenendo di aver agito solamente seguendo gli ordini. Levi, nel suo saggio, mette in discussione la sincerità di tali giustificazioni, evidenziando come individui come Eichmann e Höss cercassero di sfuggire alla colpa attraverso affermazioni non argomentate che, alla luce degli orrori commessi, appaiono scadenti e offensive agli occhi di chi subì tutto questo, come a Primo Levi medesimo.
Servendosi di questi casi, l’autore esemplifica la tendenza delle persone inserite in un sistema autoritario e gerarchizzato come quello nazista, a ridurre e quasi annullare la responsabilità personale invocando l'obbedienza a ordini superiori, nel caso in cui siano scoperte a compiere azioni immorali e in situazioni estreme. Un'altra sfaccettatura della questione esaminata da Levi è la guerra sferrata del regime nazista alla memoria, che coinvolgeva propaganda, falsificazione della realtà e negazione dei fatti. Questa distorsione della verità, sottolinea l'autore, ha avuto effetti devastanti e di lungo periodo sulla società, dato che la memoria, invece di essere rispettata, è stata utilizzata come strumento di potere.
Infine, Primo Levi narra una sua esperienza nel campo di Auschwitz con un suo compagno di prigionia, Alberto, con cui strinse una grande amicizia. In particolare, rimase colpito dal modo in cui Alberto affrontava, senza cadere nella trappola delle illusioni, quanto accadeva nel campo di prigionia, non credendo alle sole voci, che pure circolavano, su una presunta prossima liberazione del campo, al contrario degli altri prigionieri, i quali erano disposti ad accogliere acriticamente qualsiasi racconto desse loro appigli per nutrire ancora una speranza.
Tuttavia, durante la prigionia, Alberto cambiò la sua visione razionale in seguito a un trauma, la condanna a morte del padre, scelto per le camere a gas. Da quel giorno Alberto mutò appunto cambiò radicalmente il suo rapporto con il campo di prigionia, iniziando a distorcere la realtà, iniziando a credere alle voci inerenti a una probabile liberazione del campo da parte dei Russi. Primo Levi, in seguito all’evacuazione del campo di Auschwitz, non vide più Alberto, ma decise di far visita a sua madre e a suo fratello, che erano rimasti nascosti nel loro paese in Italia per tutto il corso della guerra. Quando Levi arrivò alla casa loro, tentò di raccontare ai parenti la storia e comunicare loro della probabile scomparsa di Alberto. La madre, tuttavia ,preferì non sentire la verità sulla fine del figlio, dicendo a Levi che sapeva tutto di lui, in particolare che era sano e salvo, anche se non era la verità, e Levi, in quanto testimone oculare, ne era consapevole, ma comprese che la madre aveva ideato tutta questa costruzione per proteggersi dalla dolorosa verità; dunque, esortato dalla madre, raccontò la sua fuga dal campo e di come fosse riuscito a salvarsi. Anni dopo Levi si ritrovò casualmente a ripassare per la città di Alberto e decise di far nuovamente visita alla famiglia dell'amico. Durante questa visita, scoprì che la narrazione della madre sulla sorte di Alberto era cambiata: affermava che Alberto si trovava in una clinica sovietica, in buone condizioni di salute, ma che aveva perso la memoria fino al punto di non ricordare nemmeno il proprio nome. La madre era convinta che Alberto stesse dando segni di miglioramento e che sarebbe tornato a casa presto, specificando che le informazioni le erano giunte da una fonte affidabile, anche se erano scaturite involontariamente da lei stessa per proteggerla dal dolore. Tuttavia, ovviamente, Alberto non fece mai ritorno. Primo Levi scrive inoltre di non aver più avuto il coraggio di presentarsi nuovamente alla famiglia di Alberto: questo, si capisce, per non opporsi alla verità consolatoria che la famiglia di Alberto si era costruita nel corso del tempo, ovvero una narrazione positiva e rassicurante sulla sorte del giovane, che aveva aiutato e continuava ad aiutare i parenti a fronteggiare la dolorosa realtà della sua scomparsa.
IL VERSIFICATORE, Primo Levi (il testo che segue è la trascrizione di una lettura in classe)
Il Versificatore è un racconto contenuto nelle Storie naturali scritte da Primo Levi e pubblicate nel 1966.
Le Storie naturali sono una raccolta di racconti di carattere fantascientifico e ironico.
I personaggi principali sono il poeta, protagonista, la segretaria, Simpson e Giovanni, aiutante e assistente di Simpson.
La storia si apre con un’ anticipazione:
“Porta che si apre e si richiude…Ronzio”
Il racconto vero e proprio comincia durante una giornata lavorativa molto confusionaria nello studio del Poeta dove si trovano quest’ultimo e la segretaria:
“Si sente in primo piano…per favore?…Sì, attendo.”
Il poeta e il signor Simpson hanno una breve conversazione al telefono dopo la quale il signor Simpson si reca velocemente nell'ufficio del poeta con il suo aiutante Giovanni e il suo personale Versificatore.
“Eccomi: a tempo di…solitudini lunari”
Il signor Simpson riceve una chiamata per cui deve abbandonare il poeta e la segretaria con la promessa di tornare nell'arco di una o due ore.
Senza il signor Simpson il poeta si trova da solo a dover testare la macchina e incuriosito e incitato dalla segretaria, diffidente verso la macchina, inizia a fare le prime prove che sembrano essere un fallimento: il Versificatore con voce metallica e distorta pronuncia solamente alcune sillabe in rima ma diaconesse l’una dall’altra.
Dopo aver capito l’errore nell’impostazione della macchina il Versificatore crea i suoi primi versi:
Cerèbro folle, a che pur l'arco tendi?
A che pur nel travaglio onde se' macro
Consumi l'ore, e dí e notte intendi?
Menti, mentí chi ti descrisse sacro
Il disio di seguire conoscenza,
E miele delicato il suo succo acro.
“Andiamo meglio…sotto qualsiasi altro vincolo di forma”
Successivamente il poeta e la segretaria eseguono altre prove con il Versificatore dove il lettore coglie a pieno l’ironia del racconto, ma al ritorno del signor Simpson dopo l’ennesimo test della macchina i tre protagonisti incappano in un problema quando alla richiesta di un sonetto la macchina sembra avere un guasto:
Mi piace riandare questi antichi
Vicoli freschi, dai selciati sfatti,
Grevi all'autunno dell'odor dei fichi
E del muschio annidato negli anfratti.
Seguo il cammino cieco dei lombrichi,
Seguo i segreti tràmiti dei gatti,
Calco vestigia di lontani fatti,
Di gesti spenti, di pensieri matti,
Di monaci, di bravi e di monatti,
E mi tornano a mente, contraffatti,
Ricordi di fuggevoli contatti
Con eretici e con autodidatti
Due connessioni si sono bruciatti
Siamo bloccatti sulla rima in «atti»
E siamo diventatti mentecatti
Signor Sinsone affrettati combatti
Vieni da me con gli strumenti adatti
Cambia i collegamenti designatti
Ottomilaseicentodiciassatti
Fai la riparazione. Tante gratti.
La macchina inizia a fumare e la segretaria molto spaventata inizia a saltellare per la stanza. Il signor Simpson però, con abilità da ottimo uomo d’affari, sdrammatizza l’accaduto e individua subito il problema che risolve velocemente.
Il poeta quindi, dopo una piccola contrattazione sul prezzo, si convince ad acquistare il Versificatore.
Il racconto si chiude con un breve monologo del poeta rivolto verso il pubblico:
“Posseggo il Versificatore…opera sua”
Quest’ultima è una trovata geniale da parte dello scrittore, poiché confessa nel finale di non essere stato lui a scrivere la storia bensì è stato il Versificatore stesso. Questo sottolinea quanto negli anni successivi all’avvenimento dei fatti del racconto le macchine abbiano sostituito parzialmente il lavoro dell’uomo.
Inoltre, questa tecnica compositiva è una rivisitazione del topos del manoscritto ritrovato, sfruttato in precedenza, tra gli altri, da Alessandro Manzoni.
Il Versificatore è una macchina che crea versi poetici in modo automatico, per cui si potrebbe stabilire un parallelismo tra questo marchingegno e Chat GPT (o altre intelligenze artificiali varie), come strumenti che possono generare testo in modo automatico con scopi diversi.
Mentre il Versificatore di Levi è progettato per creare poesie, Chat GPT è una tecnologia programmata su enormi quantità di testo per comprendere e generare discorsi o comandi in base alle richieste.
L'associazione potrebbe sottolineare il rapporto tra la creatività umana e l'automazione. Il Versificatore di Levi mette in discussione il ruolo dell'arte e della creatività quando viene automatizzata, mentre Chat GPT apre questioni sull'uso dell'intelligenza artificiale nella nostra generazione dove l'uso di queste cosiddette AI pone molte domande su come equilibrare il progresso tecnologico tenendo conto di alcune norme etiche e sociali.
Commenti
Posta un commento