LAVORI PRIMO LEVI - STORIE NATURALI E SOMMERSI E SALVATI (manca 1)

 Lorenzo I, Stefano, Luca

Da Storie naturaliPieno impiego

 

Il racconto  si apre con il dialogo condotto  in prima persona dal narratore interno, una proiezione dell’autore, e il signor Simpson, un misto fra uno scienziato e un piazzista, rappresentante della NATCA, multinazionale dell'elettronica produttrice di attrezzature da ufficio. L’autore, che nella storia è appunto  uno dei protagonisti, è attratto dall’esposizione dei progetti dello scienziato, al punto da voler instaurare un dialogo con lui, che poi lo porterà a essere invitato a casa sua. La dimora del signor Simpson pare al narratore e alla moglie una villa del dopoguerra, che l’estroso funzionario aveva probabilmente comprato con pochi soldi. Ai due viene offerto un tè  accompagnato da una manciata di mirtilli, portati come magicamente, da uno sciame ordinato di libellule, che si presentano non appena  il signor  Simpson comincia a suonare un minuscolo flauto. Notato lo stupore degli invitati, Simpson espone i metodi da lui ideati per promuovere lo svolgimento di alcune mansioni attraverso la comunicazione regolata da contratti stipulati con gli animali. Partendo da un interesse suscitato dalla volontà e dalla potenziale possibilità di comunicare con le api, il signor Simpson racconta di essersi dedicato  a uno studio più approfondito del linguaggio animale. 

A questo punto della narrazione, tutti si spostano in giardino, dove  agli occhi sempre più stupiti degli ospiti vengono presentati gli animali con i quali ha stipulato un contratto. Uno dei più impegnativi sembra essere  quello concluso con le formiche, che prevede la pulizia della villa e del giardino in cambio di protezione da insidie naturali come i temibili formicaleoni, le cui abitudini alimentari sono orientate appunto in direzione delle formiche. Il patto include anche le libellule e le api, trascurando, per minor  importanza, le mosche e le zanzare, a causa delle reazioni avute dai suddetti animali alle proposte collaborative.

La conversazione si sposta successivamente nel salotto della casa. Gli ospiti si dimostrano leggermente scettici riguardo a questi nuovi metodi volti a soppiantare (o affiancare) gli umani in attività fino a quel momento riservate a loro, ma per convincerli l’ingegnoso Simpson mostra una scatola contenente un resistore, assemblato grazie alle formiche e all’addestramento che lui stesso aveva loro fornito. L’intenzione finale dello scienziato è quella di poter usufruire di squadre del genere per svolgere altri lavori impossibili. 

E lei parla questo linguaggio?

Male, per ora: ma lo capisco abbastanza bene, e me ne sono servito per farmi spiegare alcuni fra i più grossi misteri dell’alveare; come decidono il giorno della strage dei maschi, quando e perché autorizzano le regine a combattere fra loro fino a morte, come stabiliscono il rapporto numerico fra fuchi e operaie. Non mi hanno detto tutto, però: mantengono certi segreti. Sono un popolo di grande dignità.


Il passaggio appena riportato si collega ad un argomento trattato da Donald Davidson, filosofo statunitense. Davidson ha assegnato il titolo di Animali razionali a un capitolo di uno dei suoi più celebri libri, Soggettivo, intersoggettivo, oggettivo pubblicato nel 2001. Per Davidson si è dedicato allo studio dei comportamenti animali e della connessione con il loro linguaggio. L’autore introduce il concetto di atteggiamenti proposizionali, distinti in  credenza, desiderio, intenzione e vergogna. Si tratta di atteggiamenti riconducibili a creature razionali, ma Davidson procede comunque domandandosi con quali criteri  si stabilisca quando una creatura, supposta razionale, abbia atteggiamenti proposizionali. Secondo l’ipotesi del filosofo, questi ultimi sono infatti sufficienti per ritenere che un animale sia razionale, in quanto è capace di fare ipotesi, immaginare, provare desideri, speranze e sentimenti: tutti, appunto, atteggiamenti proposizionali. La loro struttura consiste in credenze sostenute, a loro volta, da altre credenze e ognuna di esse richiede altri atteggiamenti fondamentali come le intenzioni, i desideri, ma soprattutto il dono del linguaggio.

Sembra dunque che Levi, anche senza aver letto il saggio in questione di Davidson, concepisca un'idea del genere per i suoi animali pienamente impiegati nel racconto che stiamo esaminando. Il signor Simpson, infatti, si occupa precipuamente del linguaggio animale, in particolare di quello delle api, intenzionato com'è a fare in modo che queste creature senzienti e pensanti possano collaborare con lui sulla base di un regolare rapporto contrattuale. Il tramite del linguaggio, tuttavia, è assolutamente indispensabile e da questo proviene la scoperta di Simpson: all’interno del regime dell’alveare le informazioni riguardo la distanza, la direzione e la quantità di cibo vengono comunicate in una forma di linguaggio che si denomina la danza ad otto, forma comunicativa ben nota agli entomologi già all'epoca in cui è stato scritto il racconto. In questo, poi, Simpson si dice affascinato e coltiva una forte passione per il linguaggio animale che lo porta a estendere le sue ricerche ad altri insetti al di fuori delle api.

La citazione sopra riportata esprime un pensiero esposto da Simpson riguardo alla comunità dell’alveare e al loro elemento caratterizzante, il linguaggio. Sono un popolo di grande dignità, rileva Simpson, palesando così la sua ammirazione, che s'accompagna tuttavia e una strumentalizzazione mitigata solo dalla reciprocità garantita dal contratto stipulato. Le api, insomma, vengono ricompensate, proprio come una volonterosa manodopera che non si voglia solo sfruttare. L’utilizzo di un linguaggio rende il regno delle api degno di essere considerato un popolo costituito da creature razionali, aggiungerebbe Davidson. L’intelligenza delle api non solo è dotata della capacità di valutare le dimensioni, l’età e la condizione fisica di un albero, ma è anche in grado di comunicare le informazioni al resto del gruppo. Un’ape può avere la credenza che un albero sia ricco di polline, il desiderio e l’intenzione di raggiungerlo, ipotizzare la quantità da prelevare di cui l’alveare necessita, la speranza che quell’albero non abbia qualche malattia. Tutti atteggiamenti proposizionali che rendono le api creature razionali.

Lo scienziato ha appunto cercato una corrispondenza tra il comportamento animale e il loro linguaggio come il filosofo ha esposto nel suo libro e così riassunto: una creatura non può avere un pensiero se non ha un linguaggio.

La fantascienza di Levi, affonda le radici nella tradizione narrativa italiana, intrisa del cosiddetto realismo magico proprio di autori come Bontempelli e Calvino,   e della scapigliatura del XIX secolo. Influenzato, per quanto concerne l’utilizzo cospicuo di ironia, da  Rabelais e Swift, Levi conferisce alla sua fantascienza un valore antropologico ed etico più vicino alle fantasie filosofiche di Voltaire che al genere tradizionale americano. 

Le  sue storie naturali ruotano attorno a un'intuizione minima, sviluppandosi poi progressivamente anche attraverso articolate considerazioni che ineriscono spesso (come si è notato in Pieno impiego) a temi scientifici, sviluppati in modo originale. In ragione della sua formazione di chimico, i temi biologici risultano essere un elemento importante di molte storie, e contemporaneamente un tratto distintivo. Quanto poi alla piega ironica, ereditata dai citati Rabelais e Swift, oltre a Voltaire,  in Pieno Impiego essa si può considerare addirittura strutturale, e non relegata a singoli passaggi descrittivi o dialogici: Levi conduce a considerare gli effetti  di un’improbabile alleanza tra l’uomo e il regno animale, mescolando momenti di spiegazione scientifica delle loro abitudini a passaggi in cui evidentemente esagera le loro capacità e pure la loro disposizione collaborativa, proposta con una coloritura esageratamente antropologica. Evidente, a questo proposito, quale sia l’intento comunicativo connesso con tale forzatura: attribuisce a Simpson le caratteristiche di uno scienziato visionario, e anche un po’ pazzo, che suggerisce la possibilità di cancellare ogni forma di prevaricazione anche nel mondo della natura, nonché, vien subito da considerare, persino contro natura. Si tratta di un’ idea che  però potrebbe arrivare a stravolgere l’ecosistema in cui viviamo e a cui siamo abituati, e dunque essere portatrice di effetti autodistruttivi. Con una sorta di capriola conclusiva, il racconto approda al sospetto più che fondato che un utilizzo esteso dei  contratti possa creare un caos del tutto simile a quello che fino a ora ha prodotto la massiccia industrializzazione, alla quale gli esseri umani si sono prevalentemente dedicati.

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Andrea T., Camilla, Martina

Dopo di allora, ad ora incerta,

             Quella pena ritorna

 

Analisi del capitolo La vergogna de I sommersi e i salvati 

 

L’importanza della testimonianza storica diretta (e dunque trasmessa oralmente) è particolarmente preziosa in quanto permette al fruitore di sentire, forse per l’ultima volta, un racconto che verrà in seguito eternato grazie alla scrittura o video testimonianza. L’intervallo di tempo in cui convivono generazioni diverse permette dunque ai più giovani di avere il privilegio di sentire storie personali e quindi uniche, più o meno lontane dalla contingenza che, se non fosse stato per la condivisione diretta, si sarebbero dissolte per l’eternità; inglobate quindi in una narrazione più astratta che esclude la quasi totalità dei particolarismi. 

In questi termini è possibile spiegare la necessità per molti sopravvissuti a scontri di natura bellica di scrivere e riprodurre in molteplici stili narrativi (corrispondenti a determinate necessità del narratore) la propria esperienza. In tal modo lo scrittore si prende cura della propria memoria, combatte contro la deriva del ricordo (che coincide con lo scorrere del tempo), alimenta il repertorio di consultazione storico-letteraria di cui le nuove generazioni necessitano (tanto da un punto di vista formativo, quanto per l’elaborazione critica del passato). Di quest’ultimo effetto, a cui la   testimonianza storica deve condurre, si è occupato a lungo il filosofo Nietzsche (1).

 

L’unicità della testimonianza diventa ancor più preziosa in quanto  il narratore ha assistito a un processo di deumanizzazione, estraniamento e omologazione che, per la sua specificità, esige una narrazione che ripercorra a fondo ogni singolo aspetto del proprio passato, al fine di ricostruire le modalità che hanno condotto l’umanità a compiere orrori. A questa categoria appartiene la testimonianza dei sopravvissuti ai campi di annientamento nazisti quali Primo Levi. 

Vi è dunque un ultimo elemento suggestivo che la scrittura è in grado di creare. Si tratta della capacità di abbattere le barriere temporali che separano il narratore dal fruitore creando, in tal modo, un legame indissolubile. Uno dei prodigiosi effetti prodotti dalla tecnica narrativa adottata da Primo Levi è la  compartecipazione emotiva che si determina tra lettore e narratore. Il primo, se non fosse per la realtà che lo circonda, potrebbe addirittura figurarsi di essere dinanzi al narratore stesso e udire direttamente da lui le parole impresse su carta. 

Levi rintraccia nella forte carica emotiva suscitata dal ricordo di un passato doloroso un pericolo a cui il testimone è comunque pronto a sottoporsi, seppur con la consapevolezza di dover adottare una specifica tecnica narrativa. Quest’ultima deve permettere al narratore di combattere contro le insidie della memoria che, infatti, con lo scorrere del tempo, è soggetta a una progressiva degradazione (La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace) (2). Ne I sommersi e i salvati (3)  dunque l’autore dichiara: 

 

Un’apologia è d’obbligo. Questo stesso libro è intriso di memoria: per di più, di una memoria lontana. Attinge dunque ad una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso. Ecco: contiene più considerazioni che ricordi, si sofferma più volentieri sullo stato delle cose qual è oggi che non sulla cronaca retroattiva. Inoltre, i dati che contiene sono fortemente sostanziati dall’imponente letteratura che sul tema dell’uomo sommerso (o salvato) si è andata formando, anche con la collaborazione, volontaria o no, dei colpevoli di allora; ed in questo corpus le concordanze sono abbondanti, le discordanze trascurabili. Quanto ai miei ricordi personali, ed ai pochi aneddoti inediti che ho citati e citerò, li ho vagliati tutti con diligenza: il tempo li ha un po’ scoloriti, ma sono in buona consonanza con lo sfondo, e mi sembrano indenni dalle derive che ho descritte. (La memoria dell’offesa)

 

Così dunque si può comprendere lo spirito con cui Levi ha deciso di comporre il saggio I sommersi e i salvati. L’autore manifesta la volontà di comprendere i meccanismi di una logica non sua per poter condurre un giudizio critico morale che vada ben oltre alla superficialità delle analisi del periodo in cui Levi scrive (in cui si giunse perfino a negare ogni evidenza). Tale giudizio deve astrarsi in parte dal ricordo, e ragionevolmente dal pregiudizio, del trauma. Nel capitolo che reca titolo La vergogna Levi tenta dunque di ricostruire, passo dopo passo, le molteplici forme con le quali il sentimento della vergogna si è manifestato nei sopravvissuti ai campi di sterminio. 

Una specificità della narrazione di Levi è quella di sostenere in tutte le sue analisi l’unicità dell’esperienza del singolo individuo. A tale scopo l’autore astrae il più possibile dalla sola esperienza personale e rifugge dalla semplificazione che ha nella dicotomia  (prima tra tutte quella del noi- sopravvissuti e quindi buoni; e loro, i tedeschi) (4) il suo fondamento. L’operazione della semplificazione adottata nella ricostruzione storica ha come principale esito la pretesa di narrare esclusivamente ciò che concerne il vero. A tal proposito Levi sostiene che i rapporti umani in Auschwitz erano molto complessi.  Lo spazio che separa le vittime dai persecutori non è vuoto, non lo è mai; è invece costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità  [vittima e persecutore] ad un tempo). È  uno spazio  che è indispensabile conoscere.

Il ritorno all’umanità ha determinato per molti salvati, un profondo senso di angoscia: 

In quel momento, in cui ci si sentiva di ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mezzo alle macerie, spesso da soli.

La fase di angoscia vissuta da molti salvati corrisponde a uno stato di perdizione interiore. Il ritorno allo stato umano coincide con la riacquisizione delle propria morale e permette di riguardare il mare periglioso che si è attraversato non più con gli occhi dell'oppresso, ma con quelli di colui che è sopravvissuto all’oppressione e che deve fare ora i conti con il processo di annullamento spirituale che ha subito in Lager. 

Il forte sentimento di vergogna (quella che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista) che si è manifestato con la liberazione è di difficile spiegazione e merita di essere in primo luogo separato da quell’altra vergogna che, forse, hanno provato i prigionieri che hanno contribuito ad acuire la violenza nell’impero concentrazionario (tra questi coloro che potevano sostituire i numeri di matricola sugli elenchi dei prigionieri destinati al gas).

La vergogna del sopravvissuto è spesso nata dalla consapevolezza di aver operato in Auschwitz un cambiamento del proprio metro di giudizio morale. Il prigioniero viveva nel presente e il pensiero era indirizzato inevitabilmente al proprio stato menomato (fame, fatica, freddo, sporcizia erano le principali preoccupazioni). Per tale ragione difficilmente si sono verificati suicidi in Lager perché operare una scelta è un’azione che connota l’essere umano; nel campo di sterminio lo stato di umanità viene sottratto. Avere la possibilità di esercitare nuovamente il pensiero, rivolgere lo sguardo indietro e, in ultima analisi, riacquistare la libertà è stata per molti un'occasione di dialogo con il proprio demone:  il senso di colpa dell’uomo libero. Tale amarezza nasce dalla consapevolezza di non aver opposto abbastanza resistenza, di non aver sacrificato la propria vita per salvarne molte altre, di aver soppiantato ogni forma di solidarietà a vantaggio dell'egoismo. 

L’insieme dei cambiamenti del codice morale a cui il Lager ha condotto provocano uno stato di smarrimento nel sopravvissuto che, non riconoscendo più se stesso, si disprezza. Un po’ come per il ricordo doloroso, anche nel caso della vergogna il soggetto tenta di trovare un nuovo equilibrio che gli consenta di stare meglio e sentire meno il dolore. In alcuni casi vi è stata la scelta del silenzio (molti testimoni della shoah hanno deciso di non parlarne), in altri quella del suicidio (la matrice è stoica: quando la vita non è più degna di essere vissuta è pur possibile che la soluzione migliore sia sottrarsi a quest’ultima) e infine vi è la scelta di testimoniare e scrivere. Tali soluzioni non è detto che si manifestino in maniera esclusiva in ciascun individuo (5), questo a riprova del fatto che parlare dello stato interiore del sopravvissuto sia cosa assai complessa e articolata, non di certo circoscrivibile alla sola divisione categoriale di sopra enunciata (Va ricordato che ognuno di noi, sia oggettivamente, sia soggettivamente, ha vissuto il Lager a suo modo). 

Accanto alla vergogna generata dalla mancata solidarietà, o dal mancato tentativo di ribellarsi, ve n’è un’altra, forse ancora più incisiva e opprimente. Si tratta della vergogna di essere sopravvissuti al posto di altri; di aver sottratto indirettamente la vita a qualcun altro. Nelle pagine che Levi scrive a proposito di questo costante sospetto di essere sopravvissuto a spese di un altro prigioniero emerge una considerazione ancora più universale: è forse possibile che ciascuno di noi viva al posto di un altro. 

L’assunzione merita di essere sviscerata nelle sue dirette implicazioni: se il sopravvissuto è vivo a spese di qualcun altro significa che ha agito in maniera diversa dal sommerso, ovvero da colui che ha toccato il fondo e per questo è morto: sono morti i compagni che hanno aiutato a spingere e tirare, sono morti coloro che hanno sempre tentato di confortare gli altri e ancora coloro che hanno esercitato fino all’ultimo la facoltà della memoria, combattendo strenuamente contro la deriva del ricordo in Lager. In ultima istanza si può dire, afferma Levi, che siano morti coloro che hanno visto qualcosa di così terribile da non poter tornare per raccontarlo. I sommersi hanno subito una morte intellettuale mesi prima della loro morte corporale per la loro impossibilità di cedere allo stato animalesco; hanno subito una destituzione violenta della propria identità. Sono anime che hanno speso parte delle loro energie per alimentare il sentimento e che infine, si sono spente per sfinimento. 

In effetti nella terminologia adottata da Levi permane il senso di angoscia di aver sottratto la vita a qualcun altro: se qualcuno si è salvato ci sono state delle condizioni che gli hanno permesso di farlo; in ultima analisi se vi è un salvato, da qualche parte, c’è stato un sommerso che ha permesso ai tedeschi di considerare efficiente il campo della morte. 

Tale sospetto diventa negli scritti di Levi consistenza sempre più rilevante. Al 1984 risale la composizione di una poesia che reca titolo Il Superstite.

 

“Since then, at an uncertain hour”,

Dopo di allora, ad ora incerta,

Quella pena ritorna,

E se non trova chi lo ascolti

Gli brucia in petto il cuore.

Rivede i visi dei suoi compagni

Lividi nella prima luce,

 

Grigi di polvere di cemento,

Indistinti per nebbia,

Tinti di morte nei sonni inquieti:

A notte menano le mascelle

Sotto la mora greve dei sogni

Masticando una rapa che non c’è.

“Indietro, via di qui, gente sommersa,

Andate. Non ho soppiantato nessuno,

Non ho usurpato il pane di nessuno,

Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.

Ritornate alla vostra nebbia.

Non è mia colpa se vivo e respiro e mangio e bevo e

dormo e vesto panni”.

(Il Superstite, 4 febbraio 1984, Primo Levi)

 

Nel componimento Levi personifica la colpa che diventa una presenza ricorrente e opprimente. La colpa si manifesta nel poeta che oppone resistenza. Quest’ultima si rivela tuttavia essere vana, dal momento che, se inascoltata, la colpa comincia a infondere dolore, il quale non può che essere sentito. Si tratta dunque di tornare una volta di più alle memorie del passato, in Auschwitz. Levi rivede i volti dei compagni, pallidi in viso, illuminati da una timida luce, coperti da uno strato di polvere, lo stesso che si trova probabilmente sul suo viso. L’immagine si arricchisce: i volti dei compagni sono morti, privati di qualsiasi connotazione. 

Ne’ I sommersi e i salvati il tema si ripropone in maniera simile, quasi come se fosse un costante e agognante sospetto quello di aver contribuito alla morte di qualcun altro: 

 

Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte...), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere.

 

Tale ritorno che la mente si permette di fare nel salvato è, per la sua forte carica suggestiva, paragonabile all’esperienza onirica che alle volte replica, enfatizzando al massimo grado, un trauma vissuto. A tal proposito è utile ritornare alla filosofia nietzschiana la quale è stata messa profondamente in discussione (così come buona parte della filosofia del Novecento) dopo la seconda guerra mondiale, e proprio per via della inusitata, mai sperimentata prima, dimensione del male  scatenato nell’operazione concentrazionaria. 

Il risentimento, diceva Nietzsche, nasce dall’impossibilità per la volontà di accettare che qualcosa sia accaduto, dalla sua incapacità di riconciliarsi col tempo e col suo così è stato. Tale assunto si poggia sull’idea dell’eterno ritorno: il superuomo (o oltreuomo) dovrebbe infatti, desiderare che tutto ciò che è accaduto si ripeta altre infinite volte nonostante il dolore provato. In tal senso il filosofo sostiene che l’eterno ritorno sia la vittoria sul risentimento in quanto implica una costante rassegnazione dinanzi al passato (che è destinato infatti, a ripetersi). 

Tale assunto è stato profondamente criticato da molti superstiti. (6) Non si può dire lo stesso di Levi il quale, infatti, sostiene: Non si può volere che Auschwitz ritorni in eterno, perché, in verità, esso non ha mai cessato di avvenire, si sta sempre ripetendo.

Oltre al rilievo di tipo storico l’autore pratica costantemente un ritorno in Auschwitz attraverso l’esperienza onirica la quale (proprio come il filosofo Giorgio Agamben ha rilevato nell’opera Quel che resta di Auschwitz, 1998) si ripropone costantemente nella vita e nella testimonianza di Primo Levi. Il soggetto che sogna non riconosce più cosa sia vero e cosa sia alterato e rivive l’esperienza traumatica accompagnata da anomalie difficilmente spiegabili. 

Il sogno è dunque motivo ricorrente nella testimonianza di Levi, tanto che spesso l’autore si sofferma sulla descrizione di quest’ultimo (tanto in poesia quanto in prosa):

E’ un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. 

E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e, nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E’ il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa; alzarsi, “Wstawach””.  (Il risveglio, La tregua, 1963 Primo Levi)

 

Levi ha fatto ritorno a casa sua dopo trentacinque giorni di viaggio (il 19 ottobre). Vario nei particolari, ma unico nella sostanza, viene a visitarlo, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. Il sogno ora descritto nell’ultimo capitolo de La tregua si svolge entro le mura del suo appartamento a Torino. Sebbene in apparenza possa risultare privo di tensioni (l’ambiente è infatti placido e disteso,), l'autore comincia a percepire una sensazione di minaccia imminente che si manifesta sotto  forma di una sottile angoscia destinata a crescere al procedere del sogno. 

Tale apparente armonia, tuttavia, vacilla sin dai primi versi: si tratta infatti di un sogno entro un altro sogno, immagine che permette  di assumere che la vita è sogno e che nulla sia dunque reale. 

Tale precario  equilibrio si spezza dopo poco, . quando improvvisamente, senza indugio alcuno, l'armonia s’interrompe, tutto si sgretola e si determina il caos intorno al narratore. 

Levi si trova ora al centro di un nulla grigio e torbido e comincia dunque a capire perfettamente l’origine dell’angoscia conosciuta poco prima entro le mure di casa sua. Ed ecco che le pareti della casa sono ormai crollate brutalmente, strappati una volta di più gli affetti, le persone, (sicché il 'l modo ancor offende) ed ecco che ritorna il Lager. Non vi è il tempo di adeguarsi al primo rovesciamento (avvenuto con la caduta delle pareti di casa) che già se ne compie un altro. A sgretolarsi sono ora i confini tra sogno e realtà, tanto che ciò che Levi era convinto fosse il mondo vero, viene a quel punto percepito come inganno dei sensi, breve vacanza, sogno. L’autore ha  la percezione, anzi la sicurezza, di non aver mai messo piede fuori dal Lager e che ancora il suo ritorno nella terra degli uomini liberi sia stato solo sogno di pace (finito, interno ad un sogno esterno-quello del Lager- in ultima analisi dunque, un sogno imperfetto e fugace). Nel sogno si sente ora una parola che, a dispetto della catastrofe appena vissuta, non si dimostra imperiosa, bensì breve e sommessa seppur straniera: Wstawać (alzarsi). Questa l’ultima parola de La tregua, nonché prima e ultima connotazione sonora presente nell’esperienza onirica dell’autore. 

Il lettore ha come l’impressione che sia un sogno destinato a rimanere muto poiché non ci sono più le parole di Levi a proseguire con la narrazione di quest'ultimo. 

Nella variante registrata in poesia Alzarsi, la feroce esperienza si rivela sotto forma di certezza profetica:

Sognavamo nelle notti feroci

sogni densi e violenti

sognati con anima e corpo:

tornare, mangiare; raccontare.

Finché suonava breve e sommesso

il comando dell’alba:

“Wstawach”;

e si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,

il nostro ventre è sazio,

abbiamo finito di raccontare.

E’ tempo. Presto udremo ancora

il comando straniero:

“Wstawach””.

 

Nel componimento è possibile rintracciare la particolare importanza che Levi conferisce alla testimonianza. A tal proposito è possibile rilevare una contraddizione più che comprensibile nelle considerazioni dell’autore. Testimoniare ha da un lato rappresentato in Levi un’azione doverosa, al fine di rendere il passato consistente e salvaguardarlo dalla deriva del ricordo. Dall’altro tuttavia la stessa azione di testimoniare diventa un macigno che il sopravvissuto porta con sé. Quest’ultimo rilievo si può sostanziare dalla lettura delle sue stesse considerazioni rispetto alla testimonianza: 

 

ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere, e di vivere per molti anni senza grossi problemi, mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. 

 

Questa è forse un’altra sorgente di angoscia la quale si autoalimenta dalla stessa fonte che dovrebbe, invece, attenuarla (la testimonianza). Il contributo di Agamben sotto questo profilo è piuttosto spietato. Il filosofo definisce puerile l’esame di coscienza a cui Levi si è sottoposto nel corso degli anni e manifesta un’insoddisfazione rispetto al tentativo dell’autore di sviscerare le radici della vergogna del sopravvissuto. (7) Vi sono tuttavia anche considerazioni che legittimano, seppur solo in parte, il mancato supporto a Levi da parte del filosofo Agamben. Lo scetticismo di Agamben rispetto alla testimonianza di Levi proviene, probabilmente, dalla presenza di alcune contraddizioni. Queste ultime tuttavia, come Levi ammette ripetutamente nelle sue opere e nei suoi contributi, fanno parte del Lager stesso: non si può parlare del mondo concentrazionario senza rilevare in esso  innumerevoli anomalie e contraddizioni. Agamben tenta dunque di trovare quella differenziazione dicotomica che Levi dichiara di non voler per nessun motivo al mondo perseguire, proprio per quella unicità e complessità proprie di Auschwitz, l’impero concentrazionario

Vi è infine un’ultima sorgente di vergogna: la vergogna del mondo. Quest’ultima è quella che prova il sopravvissuto nei confronti del genere umano; quella vergogna di appartenere a una specie che non è stata in grado di agire ed è vissuta per tutta la guerra nell’ipocrisia. Non avevano visto i campi di sterminio, ma sapevano della loro esistenza, respiravano il fumo di Auschwitz, utilizzavano quantità enormi di capelli provenienti dai Lager per la produzione tessile, utilizzavano le ceneri provenienti dai crematori per colmare terreni paludosi o ancora per sostituirle alla ghiaia e calpestarle. 

La consapevolezza della bassezza dell’umanità determina, dunque, il sentimento di vergogna. Quest’ultima nasce dalla coscienza di sentirsi parte del medesimo gruppo sociale, di riconoscersi come un  essere umano uguale a tutti gli altri, e di disconoscere dunque la propria stessa specie a cui un tempo si era data così tanta fiducia. Proprio per tale fiducia mal riposta Levi si dimostra insoddisfatto, oppresso  dalla consapevolezza dell’atrocità di cui l’umano è capace e dalla vergogna  dell’indifferenza di chi è rimasto un’isola e ha dimostrato che l’umanità è capace di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare. 

Non si tratta dunque di provare un senso di vergogna circoscritto all’azione degli assassini che hanno agito con violenza, ma anche esteso a  coloro che non lo hanno fatto, che sono scomparsi e si sono riproposti a guerra finita, spesso con mancata assunzione di colpe (è il caso del Dottor T.H. di cui Levi riporta una corrispondenza epistolare tenutasi nel 1962 e nella quale l’interlocutore è evidentemente un nazista non fanatico ma opportunista pentitosi quando era opportuno pentirsi, stupido quanto basta per credere di farmi credere alla sua versione semplificata della storia recente).   Il male, avrà modo di dimostrare Hannah Arendt seguendo, tra l’altro, il processo di Eichmann, sa essere molto distruttivo nella sua assoluta banalità, presente anche in soggetti che si situano ai margini dell’organizzazione sociale o che, addirittura, posti in circostanze differenti da quelle che li hanno resi efficaci strumenti di morte, sarebbero innocui o persino benefici per altri. 

Note

(1) Friedrich Wilhelm Nietzsche, nato il 15 ottobre 1844, è stato un filologo, filosofo e saggista tedesco. Cittadino prussiano fino al 1869, poi apolide, ha preso parte al conflitto tra Francia e Germania del 1870 in veste di infermiere, esperienza che ricorda in La nascita della  tragedia. La forte ammirazione per il bel Paese lo spinge a compiere numerosi viaggi in Italia durante i quali continua ad intrattenersi nella produzione filosofica. Durante la sua permanenza a Torino, scrive i famosi biglietti di follia, attraverso i quali tenta di contattare personaggi più o meno rilevanti dell’epoca, tra cui il Kaiser di Germania, il Papa, e Umberto I re d’Italia.

Nietzsche, pensatore originale e dall’influenza indiscutibile (in particolar modo nel territorio tedesco) nel mondo occidentale del XIX secolo, diventa il precursore di una nuova maniera di coltivare il pensiero filosofico (tanto attraverso l’informalità quanto attraverso la provocazione).

Il suo contributo filosofico nasce dalla necessità di interpretare il declino della civiltà occidentale a partire dalla riflessione sulla cultura greca (classica) la quale svolge un ruolo determinante nella sua formazione (studia per lungo tempo filologia greca).

Tra le Considerazioni inattuali in Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874) il filosofo di Lützen rintraccia nella malattia storica la causa principale della decadenza della civiltà europea dell’Ottocento. Nietzsche afferma che se  la storia deve essere a servizio della vita  l’eccessivo storicismo del XIX secolo ha invece  avuto come unico effetto la trasformazione degli esseri umani in enciclopedie ambulanti. Il filosofo non disdegna di certo la storiografia in quanto tale, bensì mal sopporta l’eccesso di nozionismo. Il rapporto con la storia si può manifestare come semplice imitazione di modelli (La storia monumentale imbroglia con le analogie: incita il coraggioso all’audacia con somiglianze seducenti, l’entusiasta al fanatismo, e se si pensa questa storia nelle mani e nelle teste degli egoisti ben dotati e di malvagi fanatici, verranno distrutti regni, uccisi principi, istigate guerre), come tutela delle tradizioni pregresse (solo misurazioni e proporzioni delle cose rivolte al singolo o al popolo, che guardano indietro in maniera antiquaria) o ancora come eccesso di criticismo (la storia critica-  cioè giudicante e condannante). 

La soluzione dunque coincide con il recupero di un sincero legame con il passato, che rifugga dall’eccesso a cui le tre tipologie di approccio alla storia possono condurre: Il popolo al quale una cultura corrisponde deve solamente in ogni realtà essere qualcosa di vivamente unico e non cadere a pezzi così miseramente, frantumato in interno ed esterno, in forma e contenuto. Si tratta dunque, di restituire dignità alla storia evitando di trasformarla in una asettica disciplina nozionistica. In Così parlò Zarathustra la visione della storia diviene ancora più complessa. Al fine di recuperare l’impulso dionisiaco represso nei secoli dalla cultura occidentale, diventa opportuno a detta del filosofo raggiungere uno stato superiore che si colloca al di là del bene e del male e che accetta l’eterno ritorno dell’uguale e, dunque, una visione dell’universo nel quale ogni istante, ogni dolore, è destinato a ripetersi infinite volte sempre uguale a se stesso. Tale concezione è da ricondurre alla visione non finalistica con la quale il filosofo intende spiegare il mondo. 

 

(2) La memoria dell’offesa, capitolo primo I sommersi e i salvati

 

(3) Si tratta dell’ultimo saggio composto da Primo Levi e pubblicato nel 1986. Si tratta di un'analisi condotta dall’autore che partendo  dalla personale esperienza di prigioniero si allarga a considerazioni di carattere universale attuando a, tale scopo, un confronto con esperienze analoghe della storia recente. Il testo è fondamentalmente composto da riflessioni sugli aspetti più significativi dell’esperienza tragica dei prigionieri sopravvissuti ai campi di concentramento del regime nazista. Sono proprio i ricordi, i sentimenti e le sensazioni provate al momento della liberazione e negli anni a seguire che hanno permesso l’elaborazione critica del passato vissuto. 

 

(4) Il tema viene ulteriormente indagato nel capitolo La zona grigia de I sommersi e i salvati 

 

(5)   Come nel caso di Liliana Segrè che per lungo tempo ha scelto il silenzio, per poi cominciare a raccontare a quarantacinque anni dalla fine della guerra. 

 

(6) I risentimenti come dominante esistenziale sono, per i miei pari, l’esito di una lunga evoluzione personale e storica… I miei risentimenti esistono affinché il delitto divenga realtà morale per il criminale, affinché egli sia posto di fronte alla verità del suo misfatto… Questa una citazione da uno scritto di Jean Améry (superstite dell'Olocausto e scrittore austriaco) dalla quale si comprende a pieno come la filosfia nietzschiana abbia suscitato in molti sopravvisuti se non un disprezzo, sicuramente una rivalutazione (Amèry, per esempio, enuncia una vera e propria filosofia anti-nietzschiana del risentimento la quale rifiuta di accettare che l’accaduto sia stato ciò che è stato).

 

(7) Subito dopo, nel tentativo di individuare le radici di quella colpa, lo stesso autore che poco prima si era rischiato senza timore in un territorio assolutamente inesplorato dell’etica, si sottopone a un esame di coscienza così puerile da lasciare il lettore a disagio. Le colpe che ne emergono (aver scosso talvolta le spalle con impazienza di fronte alle richieste dei compagni più giovani, o l’episodio del filo d’acqua condiviso con Alberto, ma negato a Daniele) sono, naturalmente, veniali; ma il disagio del lettore non può che riflettere qui l’imbarazzo del superstite, la sua impossibilità di venire a capo della vergogna. (Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz). 

 


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Alessandro Ga, Raffaele, Riccardo

Primo Levi scrive, per I Sommersi e i Salvati,  una prefazione di suo pugno  in cui avvia alcune delle  riflessioni che verranno approfondite e documentate, attraverso narrazione di episodi personali,  nel testo. L’Autore considera, per cominciare, che il 1942 fu l'anno in cui cominciarono a diffondersi le prime notizie sulle vicende che si stavano verificando all'interno dei Lager, ed erano  del tutto  vaghe e confuse. I nazisti sapevano che la mostruosità delle azioni che stavano perpetrando avrebbe reso molto difficile alle persone credere a quanto loro venisse successivamente racco ntato. I membri delle SS, forti appunto di tale consapevolezza,  affermarono con arroganza, in base a quanto documenta un memorialista citato da Levi (Simon Wiesenthal),  che avrebbero distrutto ogni prova, ucciso i prigionieri e, anche nel caso in cui qualcosa dovesse emergere, avrebbero negato  gli eventi. Questa strategia, sfacciatamente esibita, a quanto pare,  mirava a manipolare la percezione pubblica degli eventi, inducendo il dubbio e la negazione rispetto alle testimonianze dei sopravvissuti. L'incapacità o difficoltà di credere a quanto accaduto  non era confinata solo ai Lager, ma si estendeva a vari contesti  come ghetti, stazioni di polizia e asili per i minorati mentali. Ciò suggeriva che la mancanza di comprensione non riguardasse solo un aspetto della persecuzione, ma coinvolgesse diversi aspetti delle atrocità compiute o, più in generale, l’intero piano elaborato dal III Reich per arrivare al controllo totale della popolazione. Nel periodo che precedeva la fine del regime nazista, furono comunque   intraprese azioni mirate a occultare nascondere le crudeltà commesse, rivelando così una precisa preoccupazione in merito a quelle che si sarebbero poi rivelate come  le imperfezioni dell'apparato burocratico, ma anche come debolezze o lacune riconducibili all’ideologia nazista; insomma,  le autorità naziste furono costrette a riconoscere  che i campi, originariamente concepiti come strumenti di terrore e morte, erano a quel punto diventati  pericolosi per la Germania stessa, o meglio, per coloro che in veste di gerarchi e comunque di detentori del potere a vari livelli avevano fatto in modo che funzionasse questa macchina di morte. Di qui l’urgenza di fare in modo che il segreto custodito da quei prigionieri, considerato il massimo crimine nella storia umana, venisse cancellato per sempre. La distruzione degli archivi dei Lager negli ultimi giorni di guerra costituì una perdita irrimediabile, e non a caso alimenta ancora oggi il dibattito sulla cifra esatta delle vittime dell'Olocausto; inoltre, per occultare i corpi delle vittime, i prigionieri furono costretti a disseppellire i resti dei loro compagni ed a bruciarli all'aperto. A seguito di tale occultamento  i nazisti decisero di trasferire gli ex prigionieri verso l'interno del paese: questo episodio divenne un tentativo estremo  di ridurre il numero di superstiti, una tattica per allontanare i prigionieri dalle forze alleate,  condannandoli a morte quasi certa durante il viaggio.

Per quanto riguarda coloro che erano dalla parte degli oppressori, sebbene in molti sapessero poco e pochi sapessero tutto, condividevano sicuramente  una consapevolezza delle atrocità commesse. Tuttavia, la mancata diffusione della verità sui Lager si preparava a diventare la colpa collettiva del popolo tedesco, nonché l’effetto diretto di una scelta. Questo silenzio diffuso diventa  una chiara dimostrazione della viltà imposta dal terrore hitleriano: coloro che conoscevano  l'orribile verità erano costretti dalla paura a tacere, analogamente a quelli che la sospettavano ma non erano intenzionati a richiamare su di sé l’attenzione con delle denunce pubbliche . Oltre a esserci gli spettatori silenziosi, vi erano ovviamente anche coloro che potevano trarre profitto dalla situazione, come ad esempio alcuni settori dell’industria, che beneficiarono ampiamente delle commesse militari e d’altro genere provenienti dagli Alti Comandi del Reich. Levi è sempre attento a richiamare l’attenzione, già a partire dalla prefazione, sulle multiple sfumature della responsabilità individuale e collettiva, per evitare di procedere a semplificazioni nocive sia alla verità storica, sia al senso critico, che si può sperare di maturare al fine che eventi così negativi per l’umanità non  si ripetano.  A tale proposito  Primo Levi riconosce l'importanza di preservare le  memorie di coloro che hanno vissuto tali esperienze traumatiche, sottolineando però la necessità di leggerle con un approccio critico, consapevoli che  delle intense emozioni come pietà e indignazione potrebbero averle influenzate e modificate. Levi dipinge un ritratto in cui i sopravvissuti di cui recita il titolo del saggio erano intrappolati in un mondo di terrore, circondati dalla morte, ma al contempo incapaci di comprendere appieno l'entità della tragedia che si svolgeva intorno a loro. Quanto poi alla quotidianità, nel campo di concentramento essa determina un cambiamento di tutte le gerarchie alle quali si è abituati: normali, scrive Levi, erano  i prigionieri che sono sopravvissuti  per circostanze fortuite, e sono stati davvero pochissimi, mentre a salvarsi sono stati i privilegiati, quelli che per qualche motivo hanno avuto appunto dei privilegi che sono stati fondamentali per la loro sopravvivenza. Levi scrive di essere stato un privilegiato e anche di essere consapevole del fatto di non aver potuto quindi conoscere fino in fondo l’orrore del lager, dato che chi ha avuto questa sorte o è morto oppure non è sicuramente stato in grado di scriverne dopo. Il punto è, ragiona ancora Levi, che si sarebbe dovuto riuscire a essere privilegiati senza disporsi a compromessi e mantenendo la lucidità necessaria e sufficiente a raccontare tutto. Una specie di condizione affine a quella di Dante pellegrino nel regno infernale, vittorioso nella lotta contro la pieta eppure coinvolto completamente nella pena inflitta ai dannati. Insomma, una situazione che occorre riuscire a immaginare, ma che non si è prodotta. Anzi,  In questo contesto, emerge una lotta quotidiana di tutti i prigionieri. Questa osservazione solleva interrogativi sulla rappresentatività delle storie raccontate, poiché chi ha veramente vissuto le situazioni più estreme spesso non è tornato per raccontare la storia, o se l'ha fatto, la sua capacità di osservazione potrebbe essere stata paralizzata dalla sofferenza e dall'incomprensione. Alcuni reduci, inoltre, forse per proteggersi, sembrano aver scelto   di affrontare il passato in modo semplice, per non dire superficiale,  quasi evitando di scavare nelle ferite più profonde della loro esperienza.

Un capitolo a sé, tra quelli più complicati da scrivere e da leggere, è sicuramente quello relativo alla zona grigia, spazio nel quale vivevano i prigionieri che hanno collaborato con l'autorità nazista, che diventa un tassello fondamentale nella comprensione dell'essere umano (con tutte le sue contraddizioni) quando è a rischio la sua sopravvivenza. Quello che colpisce di più sono i comportamenti ambigui dei prigionieri all'interno dei Lager:  nonostante indossino la stessa uniforme, alcuni di loro diventano i responsabili delle prime minacce e violenze, inducendo a dubitare, una volta di più, sulla possibilità di prevedere quali possano essere i comportamenti umani, soprattutto in circostanze estreme. creando un'immagine di una realtà interna al campo che è tutto fuorché quella che ci si aspetterebbe. Attraverso la lettura della prefazione è possibile farsi un’idea del tormento che Levi ha provato prima, durante e dopo l’operazione di ricostruzione di questo specifico passato: non tanto per quanto riguarda il diluvio di sensazioni e emozioni, ma proprio in relazione alla lucidità razionale, all’acume analitico dispiegato fin dall’inizio per riuscire a rendere conto di quella combinazione lucida di ingegno tecnologico e crudeltà volta a promuovere il male assoluto, che ha reso l’universo concentrazionario un caso unico, per ora, nella storia.

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Lorenzo P., I sommersi e i salvati, La memoria dell'offesa


Il primo capitolo dei I sommersi e i salvati, di Primo Levi, offre una profonda riflessione sulla vulnerabilità della memoria umana, specialmente quando si tratta di esperienze traumatiche estreme, nel suo caso la prigionia ad Auschwitz. Levi, servendosi della sua esperienza, esplora il modo in cui i ricordi si degradano nel tempo, sottolineando che non solo tendono a svanire, ma possono essere distorti o arricchiti da elementi estranei, per rendere il ricordo meno doloroso per il soggetto.

La memoria, per Levi, è vulnerabile ad una serie di fattori, tra cui traumi, repressioni e rimozioni. L'autore si oppone recisamente alla convinzione che la memoria sia un archivio immutabile degli eventi passati, sottolineando come la frequente rievocazione possa mantenere i ricordi vividi, ma allo stesso tempo contribuire alla formazione di idee che sostituiscono la memoria originale, alterando il ricordo.

Particolarmente interessante è l'analisi di Levi riguardo alle memorie legate alle esperienze estreme, come le offese subite o inflitte. Egli evidenzia come tali ricordi siano suscettibili a distorsioni e cancellazioni, creando una situazione in cui la memoria del dolore può essere compromessa.

Levi espone anche un altro problema, servendosi delle figure modello della vittima e dell’oppressore, entrambi ostacolati dalla memoria e dalla difficoltà di affrontare il passato. Sottolinea la complessità della condizione umana, dove la giustizia richiede la condanna dell'oppressore che deve subire le conseguenze delle sue azioni, ma anche la comprensione e l'assistenza alla vittima intrappolata nei ricordi dolorosi, esplicitando come in generale questi due aspetti non siano sempre presenti allo stesso momento.

Nel corso del testo, Levi esamina le giustificazioni degli oppressori, rilevando quanto il loro modo di ragionare risulti improntato in modo simile, indipendentemente dalla loro intelligenza o personalità. Questa analisi evidenzia l'entità della distorsione della verità e la malafede di coloro che cercano di giustificare le loro azioni, servendosi semplicemente del tempo che è passato dall’evento, per far cadere la loro colpa su altri fattori, principalmente mentali e incontrollabili.

L'autore prosegue parlando di Eichmann e Höss e di come abbiano elaborato il loro passato, difendendosi attraverso l'argomentazione, molto diffusa nelle circostanze processuali, di aver solo obbedito agli ordini, quindi in un regime di costrizione (dettata dallo spirito di servizio) e non di autonomia decisionale. In particolar modo Eichmann, uno degli artefici della Soluzione Finale, sostenne costantemente di aver agito in base a ordini superiori e di essere stato semplicemente un esecutore. Levi, analizzando questa argomentazione, mette in discussione il fatto che si possa invocare la necessità di obbedire, nel caso in cui le azioni imposte siano così contrarie allo spirito di umanità e i soggetti imputati risultino comunque in grado di intendere e di volere, come nel caso di questi gerarchi. Analogamente Höss, comandante di Auschwitz, cercò di giustificare le sue azioni sostenendo di aver agito solamente seguendo gli ordini. Levi, nel suo saggio, mette in discussione la sincerità di tali giustificazioni, evidenziando come individui come Eichmann e Höss cercassero di sfuggire alla colpa attraverso affermazioni non argomentate che, alla luce degli orrori commessi, appaiono scadenti e offensive agli occhi di chi subì tutto questo, come a Primo Levi medesimo.

Servendosi di questi casi, l’autore esemplifica la tendenza delle persone inserite in un sistema autoritario e gerarchizzato come quello nazista, a ridurre e quasi annullare la responsabilità personale invocando l'obbedienza a ordini superiori, nel caso in cui siano scoperte a compiere azioni immorali e in situazioni estreme. Un'altra sfaccettatura della questione esaminata da Levi è la guerra sferrata del regime nazista alla memoria, che coinvolgeva propaganda, falsificazione della realtà e negazione dei fatti. Questa distorsione della verità, sottolinea l'autore, ha avuto effetti devastanti e di lungo periodo sulla società, dato che la memoria, invece di essere rispettata, è stata utilizzata come strumento di potere.

Infine, Primo Levi narra una sua esperienza nel campo di Auschwitz con un suo compagno di prigionia, Alberto, con cui strinse una grande amicizia. In particolare, rimase colpito dal modo in cui Alberto affrontava, senza cadere nella trappola delle illusioni, quanto accadeva  nel campo di prigionia, non credendo alle sole voci, che pure circolavano, su una presunta prossima liberazione del campo, al contrario degli altri prigionieri, i quali erano disposti ad accogliere acriticamente qualsiasi racconto desse loro   appigli per nutrire ancora una speranza. 

Tuttavia, durante la prigionia, Alberto cambiò la sua visione razionale  in seguito a un trauma, la condanna a morte del padre, scelto per le camere a gas. Da quel giorno Alberto mutò appunto cambiò radicalmente il suo rapporto con il campo di prigionia, iniziando a distorcere la realtà, iniziando a credere alle voci inerenti a una probabile liberazione del campo da parte dei Russi. Primo Levi, in seguito all’evacuazione del campo di Auschwitz, non vide più Alberto, ma decise di far visita a sua madre e a suo fratello, che erano rimasti nascosti nel loro paese in Italia per tutto il corso della guerra. Quando Levi arrivò alla casa loro, tentò di raccontare ai parenti la storia e comunicare loro della probabile scomparsa di Alberto. La madre, tuttavia ,preferì non sentire la verità sulla fine del figlio, dicendo a Levi che sapeva tutto di lui, in particolare che era sano e salvo, anche se non era la verità, e Levi, in quanto testimone oculare,  ne era consapevole, ma comprese che la madre aveva ideato tutta questa costruzione per proteggersi dalla dolorosa verità; dunque, esortato dalla madre, raccontò la sua fuga dal campo e di come fosse riuscito a salvarsi. Anni dopo Levi si ritrovò casualmente a ripassare per la città di Alberto e decise di far nuovamente visita alla famiglia dell'amico. Durante questa visita, scoprì che la narrazione della madre sulla sorte di Alberto era cambiata: affermava che Alberto si trovava in una clinica sovietica, in buone condizioni di salute, ma che aveva perso la memoria fino al punto di non ricordare nemmeno il proprio nome. La madre era convinta che Alberto stesse dando segni di miglioramento e che sarebbe tornato a casa presto, specificando che le informazioni le erano giunte da una fonte affidabile, anche se erano scaturite involontariamente da lei stessa per proteggerla dal dolore. Tuttavia, ovviamente, Alberto non fece mai ritorno. Primo Levi scrive inoltre di non aver più avuto il coraggio di presentarsi nuovamente alla famiglia di Alberto: questo, si capisce, per non opporsi alla verità consolatoria che la famiglia di Alberto si era costruita nel corso del tempo, ovvero una narrazione positiva e rassicurante sulla sorte del giovane, che aveva aiutato e continuava ad aiutare i parenti a fronteggiare la dolorosa realtà della sua scomparsa.

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Davide

IL VERSIFICATORE, Primo Levi (il testo che segue è la trascrizione di una lettura in classe)


Il Versificatore è un racconto contenuto nelle Storie naturali scritte da Primo Levi e pubblicate nel 1966.

Le Storie naturali sono una raccolta di racconti di carattere fantascientifico e ironico.

I personaggi principali sono il poeta, protagonista, la segretaria, Simpson e  Giovanni, aiutante e assistente di Simpson.

La storia si apre con un’ anticipazione:


“Porta che si apre e si richiude…Ronzio”


Il racconto vero e proprio comincia durante una giornata lavorativa molto confusionaria nello studio del Poeta dove si trovano quest’ultimo e la segretaria:


“Si sente in primo piano…per favore?…Sì, attendo.”


Il poeta e il signor Simpson hanno una breve conversazione al telefono dopo la quale il signor Simpson si reca velocemente nell'ufficio del poeta con il suo aiutante Giovanni e il suo personale Versificatore.


“Eccomi: a tempo di…solitudini lunari”


Il signor Simpson riceve una chiamata per cui deve abbandonare il poeta e la segretaria con la promessa di tornare nell'arco di una o due ore. 

Senza il signor Simpson il poeta si trova da solo a dover testare la macchina e incuriosito e incitato dalla segretaria, diffidente verso la macchina, inizia a fare le prime prove che sembrano essere un fallimento: il Versificatore con voce metallica e distorta pronuncia solamente alcune sillabe in rima ma diaconesse l’una dall’altra.

Dopo aver capito l’errore nell’impostazione della macchina il Versificatore crea i suoi primi versi:


Cerèbro folle, a che pur l'arco tendi?

A che pur nel travaglio onde se' macro

Consumi l'ore, e dí e notte intendi?

Menti, mentí chi ti descrisse sacro

Il disio di seguire conoscenza, 

E miele delicato il suo succo acro.


“Andiamo meglio…sotto qualsiasi altro vincolo di forma”


Successivamente il poeta e la segretaria eseguono altre prove con il Versificatore dove il lettore coglie a pieno l’ironia del racconto, ma al ritorno del signor Simpson dopo l’ennesimo test della macchina i tre protagonisti incappano in un problema quando alla richiesta di un sonetto la macchina sembra avere un guasto:



Mi piace riandare questi antichi

Vicoli freschi, dai selciati sfatti,

Grevi all'autunno dell'odor dei fichi

E del muschio annidato negli anfratti.

Seguo il cammino cieco dei lombrichi,

Seguo i segreti tràmiti dei gatti,

Calco vestigia di lontani fatti, 

Di gesti spenti, di pensieri matti, 

Di monaci, di bravi e di monatti, 

E mi tornano a mente, contraffatti,

Ricordi di fuggevoli contatti 

Con eretici e con autodidatti

Due connessioni si sono bruciatti

Siamo bloccatti sulla rima in «atti»

E siamo diventatti mentecatti

Signor Sinsone affrettati combatti

Vieni da me con gli strumenti adatti

Cambia i collegamenti designatti

Ottomilaseicentodiciassatti

Fai la riparazione. Tante gratti.


La macchina inizia a fumare e la segretaria molto spaventata inizia a saltellare per la stanza. Il signor Simpson però, con abilità da ottimo uomo d’affari, sdrammatizza l’accaduto e individua subito il problema che risolve velocemente.

Il poeta quindi, dopo una piccola contrattazione sul prezzo, si convince ad acquistare il Versificatore.

Il racconto si chiude con un breve monologo del poeta rivolto verso il pubblico:


“Posseggo il Versificatore…opera sua”


Quest’ultima è una trovata geniale da parte dello scrittore, poiché confessa nel finale di non essere stato lui a scrivere la storia bensì è stato il Versificatore stesso. Questo sottolinea quanto negli anni successivi all’avvenimento dei fatti del racconto le macchine abbiano sostituito parzialmente il lavoro  dell’uomo. 

Inoltre, questa tecnica compositiva è una rivisitazione del topos del manoscritto ritrovato, sfruttato in precedenza, tra gli altri, da Alessandro Manzoni.



Il Versificatore è una macchina che crea versi poetici in modo automatico, per cui si potrebbe stabilire un parallelismo tra questo marchingegno e Chat GPT (o altre intelligenze artificiali varie), come strumenti che possono generare testo in modo automatico con scopi diversi.

Mentre il Versificatore di Levi è progettato per creare poesie, Chat GPT è una tecnologia programmata su enormi quantità di testo per comprendere e generare discorsi o comandi in base alle richieste.

L'associazione potrebbe sottolineare il rapporto tra la creatività umana e l'automazione. Il Versificatore di Levi mette in discussione il ruolo dell'arte e della creatività quando viene automatizzata, mentre Chat GPT apre questioni sull'uso dell'intelligenza artificiale nella nostra generazione dove l'uso di queste cosiddette AI pone molte domande su come equilibrare il progresso tecnologico tenendo conto di alcune norme etiche e sociali. 




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