MATERIALI ULTERIORI UNGARETTI e MONTALE
Di seguito trovate appunti di mie lezioni inerenti a Ungaretti e Montale, e una nota breve su ermetismo.
UNGARETTI
L’allegria,
Il Sentimento del tempo, Il dolore: questi, in
progressione temporale, i titoli delle raccolte di Ungaretti, nato nel 1888 ad
Alessandria d’Egitto e morto a Milano nel 1970. Un arco di ottant’anni o poco
più che, nel cosiddetto secolo breve¸
sono destinati a ospitare vorticosi cambiamenti: nel 1888 l’Italia è un regno,
il treno può incutere spavento a chi non l’abbia mai visto, le carrozze
trainate da cavalli sono un egregio mezzo di trasporto. Nel 1970 si avvertono
le prime avvisaglie di una crisi economica anche, ma non solo petrolifera, le
contestazioni rivolte all’ordinamento sociale sembrano voler rovesciare tutto,
ci si muove sempre più velocemente su strisce d’asfalto e in cielo. In questo
arco di anni, pochi decenni se considerati in una prospettiva anche di breve
periodo, la riflessione poetica di Ungaretti traccia un percorso, che adesso
ricostruirò a partire, appunto, dalla prima raccolta.
Una precisazione: nel
1916, a Udine, arriva alle stampe un volumetto di poesie ungarettiane dal
titolo Il porto sepolto. Tre anni
dopo, la stessa raccolta, ampliata, viene pubblicata come Allegria di naufragi e solo nel 1931 acquista, ulteriormente ampliata,
il titolo definitivo, L’allegria. Allegria di naufragi figura, come
componimento singolo, nella raccolta del ’19. Il testo, datato come tutti
quelli che leggeremo e riferito a un luogo preciso (14 febbraio 1917, Versa,
frazione di Romano d’Isonzo in provincia di Gorizia, Friuli Venezia
Giulia) recita così:
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.
Parto proprio da questo componimento per tracciare le linee
della poesia di Ungaretti attraverso un arco temporale che s’estende
dall’inizio del secolo alla fine degli anni sessanta, rintracciando all’interno
di esso alcune delle tematiche ricorrenti e qualche riferimento alla biografia
del poeta. Il viaggio, per cominciare, è un’esperienza originaria: la sua
permanenza in Egitto, dove la famiglia si era trasferita dalla provincia
di Lucca perché il padre era stato
assunto come operaio nel cantiere del canale di Suez (poi, morto lui, la madre
aprì una panetteria in Alessandria per mantenere agli studi il figlio), dura
fino al 1912, quando un piroscafo (primo viaggio) lo porta, ventiquattrenne, a
conoscere i luoghi d’origine della sua famiglia in Italia. Si tratta di un
veloce passaggio, perché la meta finale è Parigi, dove Ungaretti frequenta la
Sorbona e il Collège de France, seguendo
fra le altre le lezioni del filosofo
Bergson. A Parigi la sua vocazione poetica, manifestatasi già in Egitto, presso
la scuola svizzera da lui frequentata (dove s’innamora dei poeti francesi
simbolisti, di Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud, ma anche di Leopardi), prende
forma, anche grazie ai contatti con personaggi di spicco dell’arte europea (tra
gli altri, Apollinaire, Picasso, Marinetti, Palazzeschi, De Chirico,
Modigliani), la sua prima inclinazione. Allo scoppio della I G.M. riprende il viaggio, partendo volontario
e venendo assegnato a un reggimento di fanteria che, nel 1915, si trova impegnato
nella zona di Gorizia. Qui, restando nel solco del componimento prescelto per
iniziare, si inanellano i naufragi, che fanno di lui, forse, il superstite lupo di mare che annota su un
taccuino il suo personale diario di
guerra. Quello che il suo amico Ettore Serra, all’epoca giovane ufficiale,
s’incaricherà di far stampare a Udine presso una tipografia nel 1916. Ottanta
copie, del nucleo originario dell’Allegria,
la cui conoscenza ora noi faremo, addentrandoci nella poetica ungarettiana.
La sua poesia nasce con
una sentenziosità netta, con radici profonde nella terra (nel reale, nel materico), senza didascalismo. D’impeto, senza sforzo
intellettuale, parrebbe, scrivendo in trincea e sdraiato nel fango, compita
quelli che si sono subito definiti versicoli,
la sua cifra stilistica, versi brevi e brevissimi, isolati spesso, distanziati
e pausati, perché le parole che li compongono si incidano nell’anima, così come
sono radicate nella terra, nell’umano che è sempre stato e sempre sarà.
Versicoli, inoltre, per sottolineare (sotto questo profilo c’è un’affinità con
Saba) la ricerca di verità, onestà, l’assenza di orpelli letterari, di
astruserie, di difficoltà accessorie e immotivate, se la componente
comunicativa deve essere quella privilegiata.
Leopardi e Mallarmé,
conosciuti da ragazzo, sono i suoi numi tutelari, da quanto dichiara egli
stesso. Poesia intensa, in entrambi i casi, poesia che contiene segreti, ma
senza difficoltà eccessive.
Noia.
Interessante ricostruirne la genesi. Nasce nel 1915, dalla penna di un
Ungaretti spronato a pubblicare dagli amici futuristi: la scelta cade sulla
rivista “Lacerba”, (le riviste sono straordinari trampolini per giovani autori)
e il componimento s’intitola Sbadiglio,
ma suona diverso da quello che leggiamo nella raccolta finale: un verso compare
prima di quello iniziale “Com’è immobile
l’aria” e basta da solo a segnare una differenza, un cambiamento che
portano gli anni (e le esperienze), segnando e definendo la scrittura di
Ungaretti: quel “come è immobile”, pur essendo solo un suggerimento analogico, suona di troppo rispetto
all’icastico incipit della versione finale. Anche
questa notte passerà è un ingresso senza preamboli nel cuore del problema
esistenziale che ispira la raccolta, il problema dello stare al mondo, in
questo mondo, nel mondo dove sull’asfalto si disegnano ombre di fili tramviari,
un mondo in cui la terra sembra scomparsa, e resta solo uno sguardo, che l’io
lirico dice gli appartenga, gettato su teste pencolanti di vetturini, ridotti a
una visione fantasmatica, o burattinesca, in ogni caso disumanizzati. C’è un
vuoto e una sospensione, che nella prima redazione del testo venivano
pedantemente sottolineati dal verso iniziale, la cui assenza contribuisce a
caricare di significato la breve lirica. Così si capisce subito come operi la
poetica ungarettiana, in quale direzione si muova il suo stile: in quella di
una scarnificazione del testo, di un suo prosciugamento, di un’attenzione alle
singole parole e alle possibilità espressive che riescono a sprigionare se
isolate o pausate o comunque incise nello spazio della pagina come scalpellature.
Una scrittura icastica e essenziale, che sa di contenere segreti. La lezione
del simbolista Mallarmé si può ben cogliere in una ricerca di corrispondenze
foniche, di effetti fonici, quello
che lega l’aggettivo titubante al
verso 3 al verbo tentennare al 7, isolato a occupare da solo l’intero
spazio metrico, segnalando una corrispondenza comunicativa, determinando una
circolarità tematica, quell’esitazione costante percepibile nell’aria e
assorbita nell’anima e quella solitudine impegnativa perché diffusa e
irrisolta. Il poeta non cerca, diversamente da Montale, risposte o varchi, non
interpella il mondo circostante alla ricerca di svelamenti: sa che la poesia è
ricettacolo di segreti e a questi allude con segni espressivi e vibranti.
In
memoria. Questa poesia si trovava in apertura di Porto sepolto, 1916, con due varianti:
il titolo incorporato nel testo In
memoria/di/Mohammed Sceab/discendente... e una conclusione Saprò/fino al mio turno /di morire.
Anche in questo caso, rispetto soprattutto ai versi espunti, si può ricorrere
alla spiegazione di cui sopra. Amico d’infanzia di Ungaretti, conosciuto in
Egitto e ritrovato a Parigi, Mohammed Sceab era un amante appassionato di
poesia, col quale il poeta condivideva interessi e piaceri. Il suo suicidio in
giovane età ispira questo componimento, nel quale Moammed diviene un’icona
dell’estraneità, uno dei temi portanti del Novecento inquieto. Incontrare
l’altro, come amiamo dire oggi, presuppone senza dubbio la coscienza di sé, dei
propri confini interiori, delle proprie radici, e un’incertezza in merito può
in alcuni casi comportare scompensi e devastazioni, anche portare al suicidio.
Quanto accade all’amico di Ungaretti è questo: inizia, il componimento, con
l’intonazione di un epitaffio “si chiamava” e segue il nome che identifica.
Poi, isolati versicoli, la discendenza: da capi politici di popoli nomadi e
subito, a chiudere la sua storia troppo in anticipo rispetto ai tempi
biologici, suicida per assenza di
radici. La linfa che viene a mancare, la Patria che non c’è più. La poesia ha
tempo e voglia di dilatarsi, di ospitare la storia. Transfuga, creatura in
movimento, Moamed cambia nome per amore della Francia, diventa Marcel, ma è un
inganno. Lo sradicamento non può essere smentito, negato, cancellato,
dall’acquisizione di un nuovo nome. La tenda degli antenati, con le cantilene
coraniche e il caffè forte, diventa un porto lontano, un segno dello
sradicamento. Né francese né arabo, più niente. Nemmeno la poesia a
soccorrerlo, nemmeno lei sa dettargli le parole. Così, nella strofe conclusive,
si dipana ferocemente il film della sua vita con ultime inquadrature: il poeta
e la padrona dell’albergo che accompagnano il feretro, l’indicazione precisa
(almeno quella) dell’indirizzo parigino dove s’è consumata la morte, il
camposanto d’Ivry, periferia urbana circonfusa d’abbandono, con quell’aria da
fiera decomposta, e un’unica memoria, quella del poeta stesso, che scrivendo e
vivendo ricorda, ma solo quello, senza speranza alcuna d’essere davvero un
testimone. Il componimento appartiene a quelli scritti sul fronte, come si
evince dall’indicazione precisa del luogo di scrittura, Lovicza, 30 settembre
1916. Una memoria strappata dall’anima del soldato isolato nella trincea,
stretto in un cubicolo di terra, annichilito nella sua umanità da suoni
violenti e discordi, da un assalto di non vita. Questa circostanza, il fatto
che la poesia rechi traccia in sé di questo vissuto al quadrato, la rende
particolamente pregnante, e originale, se ha senso considerare in un contesto
di questo genere, un valore l’originalità.
Il
porto sepolto, Mariano, 29 giugno 1916, sempre
Gorizia (prima raccolta)
Compare qui il segreto, di cui dicevo a proposito della
paternità riconosciuta da Ungaretti nei confronti di Leopardi e Mallarmé. Il porto sepolto è evidentemente il Vi, il luogo da cui prende l’avvio il
componimento, un luogo sotto il mare, da cui il poeta, il viaggiatore, torna alla luce con i suoi canti,
versicolo lunghissimo, che sembra ospitare una rivelazione (quella che la
poesia abbia una funzione, si affacci al mare dell’essere), subito smentita nel
versicolo successivo e li disperde.
Viene qui negata la possibilità che qualcosa di quanto viene cantato lasci
tracce durevoli, come ribadisce l’ultima strofa di versicoli brevissimi: al
poeta, solo a lui, resta quel nulla
d’inesauribile segreto, una scia, un barlume, che allude a qualcusa di
imperituro che è però segreto, non si conoscerà mai e dunque, per ciò stesso,
non lascia tracce. Scrivere parole che restino, scrivere parole del e sul
nulla, e davvero un’impresa ai limiti dell’umano...
Veglia.
Cima Quattro 23 dicembre 1915. (cima quattro del Monte San Michele, rilievo
carsico). Risuona la musica del deserto nella poesia di Ungaretti, la musica
dei granelli di sabbia, l’asprezza dei granelli di sabbia che le tempeste
raggruppano in sferzanti nuvole che penetrano sotto gli abiti, entrano nella
bocca e fanno stridere i denti. La sua poesia si fa così sabbiosa, e penetrante,
e vasta, come il deserto appunto, luogo rivelatore della terra, luogo
originario e antico, destinato a riprodursi nel tempo, cambiando sede, perché il lavorio degli elementi (il vento, la
pioggia, cambiamenti climatici) al deserto conduce, a una lenta distruzione
delle cose ridotte ai loro minimi termini. Questa introduzione s’addice in
particolare all’espressionismo estremo di Veglia,
in cui la scelta delle parole scabre e sferzanti, granelli di sabbia che non
lasciano scampo né al sentimento né all’immaginazione saturandoli di sé, è
particolarmente funzionale alla comunicazione poetica: Un’intera nottata, recita il primo versicolo, ed è già stabilito un
tempo infinito, un tempo che si misura in secondi, che sono migliaia, che sono
troppi per quello che in tale tempo si è costretti a sopportare; buttato vicino/a un compagno/massacrato
scandiscono i versicoli successivi di una prima, lunghissima (per le misure
ungarettiane) strofa: e chi legge e sente viene urtato da quell’inedito
accostamento buttato vicino, che
evoca non persone ma cose, scarti, spazzatura, sacchi; poi però vicino/a un compagno/massacrato
introduce nel tessuto espressionistico del componimento una inattesa
umanizzazione: non sono cose a essere buttate, ma esseri umani, compagni, uno
dei quali massacrato, macellato, stando all’etimologia che rimanda al sacro,
immolato con una mazza che, soprattutto, l’ha fatto a pezzi. La tempesta di
sabbia che ci sta travolgendo non lascia, si è detto tregua, e ogni granello
s’insinua con le sue progressive agghiaccianti rivelazioni: con la sua bocca/digrignata/volta al
plenilunio, dettaglio raccapricciante, la smorfia del volto sul quale è
impressa la sofferenza, l’orrore per sé e per quanto circonda, e un cielo
indifferente, traboccante di luce lunare, la quale illumina impietosamente la congestione/delle sue mani, altro
dettaglio anatomico che rimarca l’espressionismo e attiva un’inattesa,
sbalorditiva svolta comunicativa: sono le mani congestionate del morto, ancora
paonazze e rigurgitanti di sangue che non è più vitale, a penetrare nel mio silenzio e a scrivere lettere piene d’amore. La poesia ha
partorito il suo segreto, esplicitato nella seconda e ultima strofa, icastica e
epigrafica: la morte avvicina alla vita, la morte spiega la vita, la morte da
senso alla vita, i morti scrivono poesie per i vivi, i morti sono vivi nei vivi
e i vivi, grazie ai morti, smettono per un po’ di morire. Attaccato alla vita è agli antipodi di buttato: dallo scarto
iniziale, dal pezzo di carne massacrato,
irriconoscibile, la poesia fa scaturire il soprassalto di fierezza umana,
addirittura l’inno alla vita. La poesia dei morti ha così un nuovo corifeo: una
voce che scandisce le parole, ferisce l’aria e l’anima, lascia tracce
indelebili di verità sugli esseri umani e il loro modo di stare al mondo.
I
fiumi, Cotici, 16 agosto 1916 (sempre nei pressi di San
Michele del Carso)
Un canto lustrale,
questa celebre poesia di Ungaretti, nel senso originario del termine. Evoca un
lavacro sacro, come quelli che compivano i censori nell’età romana per rendersi
degni di svolgere i loro sacri compiti. Restando ancora per un poco in questa
suggestione, il bagno sacro coincide, in tante antiche tradizioni, con una
presa di contatto con se stessi, con le proprie radici, con la propria
identità, è un incontro con se stessi senza le sovrapposizioni culturali, in
una perfetta coincidenza e identità con la natura. Riconoscerla per
riconoscersi, questo il senso originario del lavacro sacralmente inteso. Questa
lirica pervasa di acque, contiene ben quattro fiumi: l’Isonzo, il Serchio, il
Nilo e la Senna, nell’ordine in cui sono nominati, ma l’Isonzo,
nell’impossibile idrografia evocata dal componimento, li contiene tutti, essi
sono, per così dire, suoi affluenti (questi
sono i miei fiumi/contati nell’Isonzo recita la penultima strofa). Come
tutti i componimenti ungarettiani più lunghi, compensa con la suddivisione
strofica l’assenza di punteggiatura. L’io lirico è una presenza permanente, in
ogni strofa: compare come soggetto dei predicati verbali o attraverso la ricorrenza di pronomi personali e di
aggettivi possessivi (mi, me, miei...). In più tutti i fiumi evocati sono
indicati attraverso l’aggettivo dimostrativo questo, come si trovassero nelle vicinanze del soggetto,
determinando così quella geografia immaginaria di cui dicevo. All’inizio
un’immagine ispirata dalla situazione in cui il componimento è nato, facendo
parte dei componimenti scritti in trincea: un
albero mutilato /abbandonato in
questa dolina, il tipico suolo carsico, rappresenta il sostegno dell’io
lirico in uno scenario dominato dal languore
che promana da un luogo in cui sia passato un circo (la guerra) lasciando
desolazione e quiete. L’acqua dell’Isonzo, che compare nella seconda strofa,
reca una sorta di sollievo, com’è nella natura lustrale, destinata alla purificazione
del corpo e dello spirito. L’indizio di
una mescolanza fra i fiumi della vita, che come vene e arterie percorrono il
corpo apportando nutrimento e vita, scartando scorie, la quarta strofa, in cui
l’esperienza del presente, la guerra, si fonde con quella del passato, il fiume
che scorre nella terra dei beduini. L’acqua è elemento primordiale, come tale
la evoca Ungaretti, come principio originario, che contiene in sé, in ogni sua
componente, il segreto dell’universo, la sua armonia, capace di regalare
addirittua felicità (se pur rara, verso 40). Il senso esistenziale del
componimento, la sacralità del suo contenuto, si manifesta a partire da questo
passaggio: il Serchio, che irrora le terre lucchesi, contiene la storia
passata, la stirpe, la famiglia originaria, il Nilo ha bagnato con le sue acque
antiche la fanciullezza e la giovinezza immemori del poeta, la Senna scorreva
ai tempi della sua consapevolezza già adulta delle cose del mondo e l’Isonzo è
il luogo del riconoscimento attuale. L’ultima strofa suona quasi come una
spiegazione finale: ogni fiume personifica una nostalgia, un dolore del ritorno
che non sarà mai, che non può più essere. L’inesorabilità del tempo che scorre,
come l’acqua dei fiumi, si manifesta conclusivamente in questa immagine notturna
nella quale fiorisce inatteso un fiore, una corolla
di tenebre che rappresenta la vita nel suo insieme, un’oscura efflorescenza
bagnata dalle acque dei fiumi della vita.
San
Martino del Carso, Valloncello dell’Albero Isolato, 27
agosto del 1916
Poetica degli oggetti
che scompaiono, travolti dalla guerra, cancellati quasi dalla furia degli
eventi storici: brandelli di case, niente per quanto riguarda gli esseri umani.
La guerra distrugge e basta. Ma la sua forza distruttiva non può nulla sul cuore,
nella dimensione interiore: nel senso che il cuore conserva, vivo, il ricordo
di ogni assenza, di ogni vuoto. Poeta dei segreti, Ungaretti sa che uno di
questi è che le forze possenti scatenate dalla furia umana possono arrivare a
ditruggere intere civiltà, ma non a cancellare il ricordo di esse dalla memoria
e dai cuori. Con parole diverse, stili diversi, Foscolo, i poeti sepolcrali
inglesi, Edgar Lee Masters e Ungaretti, per citare voci che avete udito nel
vostro percorso, convengono su un punto: la forza dell’umano, di là dal tempo e
dallo spazio, si misura anche (benché non solo) nella sua capacità di affidare
alle parole il compito di eternarlo. Quanto alla durata di questa eternità,
essa dipende dalle singole visioni del mondo. Può durare una vita o il tempo
che si estingua l’eredità ch’essa lascia
nella memoria degli altri.
Mattina, Vanità, Soldati, Girovago,
Natale; da Il
sentimento del tempo, L'isola, Di luglio; da Il
dolore, Tutto ho perduto, Non gridate più.
Se
c’è una distanza umanamente inconoscibile è quella fra l’effimero e l’eterno,
annotava, insieme a tante altre cose, Ungaretti in appunti degli anni ’20, di
poco posteriori a questi componimenti che stiamo leggendo. Nel ben noto M’illumino
d’immenso, intitolato Mattina,
sembra proprio che tale distanza si possa invece colmare, almeno
provvisoriamente, nel lampo prodotto da un’illuminazione. Certo occorre che la
poesia, la parola, si ritraggano, occorre che il processo di rarefazione di cui
abbiamo iniziato a parlare presentando lo stile di questo poeta, sia condotto
al limite estremo della (quasi) scomparsa delle parole. Ed è lì, a quel punto di non ritorno (forse), di là dal quale si può
solo stagliare il silenzio, che si riescono invece ancora a scolpire termini
che colgono l’eterno. Nel testo lo spazio lasciato alla soggettività dell’io
lirico e come un iniziato mugolio (M’),
un effimero che si manifesta un istante, come gli è proprio, e poi viene
accolto nella luminosa immensità, manifestazione dell’eterno possibile. E tutto
sotto specie di evento, che si
manifesta in un determinato spazio temporale, una mattina, qualsiasi
ovviamente, uno spazio di tempo che, nel suo ripetersi, può anch’esso
ricondursi all’eternità. La ricerca stilistica di Ungaretti che tende al nulla,
allo spazio vuoto pregnante, raggiunge qui un suo vertice.
Vanità.
Sin
dal titolo risuona l’evocazione biblica, ispirazione del componimento. Vanità delle vanità, tutto è vanità, scrive
Qohèlet, discendente di David, ed è poi tutta una sequela di rappresentazioni
nichiliste di quello che può fare e cercare di essere una persona. Niente di nuovo sotto il sole; fare è
inseguire il vento; il riso è follia, la gioia è nulla; saggio e stolto muoiono
allo stesso modo; meglio vedere con gli occhi che vagare con il desiderio.
La lirica ungarettiana varia il tema a suo modo: il liquido stupore che si staglia alto sulle macerie è
un’affermazione, e un’affermazione di forza, di significato, in un mondo
peraltro percorso da violenza distruttrice (macerie),
prossimo, è vero , alla perdita di senso. Così pure l’uono curvato sull’acqua,
la quale maternamente culla e si prende cura di ciò che è stato spezzato
(franto). Sempre l’elemento primordiale, evocato come curativo, come salvifico.
Soldati
La
lirica della precarietà, che rintraccia nella celebre analogia (come le foglie
sugli alberi nella stagione autunnale)
il senso di un’esistenza che sembra non essere più nulla, se non attesa
della fine, in una sospensione che è solo espressione di fragilità.
Girovago
Siamo
nel 1918, fronte francese. Si sente una consonanza con In memoria, è poesia dello sradicamento totale, dell’estraneità, di
chi non si sente più in grado di sopportare, di abituarsi, preda di languori
che indeboliscono. Poi viene l’invocazione: trovare, godere un momento di vita
iniziale, in un paese innocente. Cosa
cerca il poeta? Vuole tornare al paradiso terrestre, o a un tempo addirittura
precedente alla creazione?
Natale
Lirica fuori dal fronte, oltre il fronte. Una
maniera a se stante di celebrare la ricorrenza, chiedendo di essere lasciato in
pace, chiedendo di essere lasciato come una cosa posata in un angolo e dimenticata. Come sempre abbiamo notato nelle
poesie di Ungaretti a ogni strofa s’affaccia l’io lirico, onnipresente nella
dichiarazione dei suoi sentimenti, del suo sentire (non ho voglia, ho tanta
stanchezza, lasciatemi così, sto con le quattro capriole): si avverte però
come una minima evoluzione, dalla negazione all’affermazione, alla percezione
di un angolo di mondo in cui regna il caldo
buono ed è possibile essere circoscritti, essere fermi, stabili, fissi in
un punto. In un certo senso, agli antipodi degli alberi autunnali sui quali tremolano foglie prossime a morire. La
poesia del focolare ritrovato, potremmo intitolarla, senza alcuna intenzione
ironica, tuttavia.
Il sentimento del tempo
è una raccolta posteriore, del 1933, in cui cambia la visione rispetto alle
precedenti. Eloquente il titolo: il tempo è una durata, una messa in relazione
dell’effimero con l’eterno nella dimensione della durata. Queste liriche
dedicate al tempo hanno anche uno scenario d’elezione, che è Roma, disseminata
di memorie e tempio del barocco, età in cui la riflessione sul tempo e il suo
inesirabile scorrere ebbe particolare sviluppo. Il tempo come un’impronta che
si imprime, recando con sé tracce del passato, segni del presente e presagi del
futuro. Un’impronta tridimensionale, che si può ben immaginare impressa dal dio
Crono in persona, in uno di quei momenti in cui non era intento a divorare i
suoi figli. Camminava per le strade, in quei momenti, e lasciava tracce di sé.
L’isola
Si
sente che lo stile è mutato. Un Ungaretti che utilizza la punteggiatura, non
scava nel vuoto e nel silenzio, ma evoca e scompare come io lirico, mentre le
immagini si inanellano vaporose, alla maniera simbolista, senza illuminazioni
repentine a dettare icastiche epigrafi. Il soggetto di tutti i verbi, dal
secondo verso scese, s’inoltrò, poi il pronome lo, quindi vide, ritornato a
salire, vide, errando, giunse è il pastore dalle mani di vetro levigato da
fioca febbre, figura ancestrale, arcaica, mitica, come mitica è tutta
l’evocazione, di una ninfa ritta ad abbracciare un olmo, forse metamorfosi in
atto o già realizzata o ancora da realizzare,
nel quadro bucolico e luminoso. Si nota in questa lirica un recupero di
forme tradizionali, un periodare che di nuovo si lascia conformare dalla
sintassi, che accoglie l’imperativo della descrizione attraverso la quale
l’immaginazione può dipingere quadri, cogliere atmosfere.
Di luglio
Non
è un’acquisizione definitiva, quella registrata nella lirica precedente, perché
in questo componimento tornano, per quanto ormai spezzate dalla punteggiature,
le affermazioni repentinamente chiuse, scalpellate nella roccia. L’estate tinge
di colore triste le foglie. Fa di peggio: asciuga, inaridisce, estende, splende
troppo e implacabilmente. L’estate personificata come un mostro, una creatura che
divora tutto, spolpando lo scheletro della terra. L’immagine che si compone è
quella di un processo inarrestabile e macabro, che ha come protagonista una
natura mostruosa e una sua creatura, la terra, vittima immolata.
Il dolore
DI
nuovo torna l’io lirico, in una dichiarazione di perdita totale: il tempo che
passa, il sentimento del tempo che passa, porta con sé la nuda constatazione
della cancellazione di tante possibilità. Non piùsmemorarmi in un grido. Infanzia sotterrata, fratello perduto. Rivisitazione
dell’antico tema del fratello morto, da Catullo a Foscolo a noi noto, pone qui
di fronte a un abisso senza possibilità di colloqui dentro o fuori dal tempo.
La vita che rimane arrestata in fondo
alla gola, ed è solo una roccia di
gridi, raggruma in un istante la disperazione e la rende atroce e niente
altro. Il grido e i gridi rappresentano un anello significativo nella lirica:
il grido dell’infanzia non puà essere ripetuto perché il poeta ha smarrito per
sempre la stagione, e così i gridi di disperazione, unica maniera di liberarsi
dal dolore, rimangono rappresi come una roccia.
Non gridate più
Anche
qui il poeta si sofferma sul grido, espressione di dolore lacerante e intenso,
ultima spiaggia espressiva quando le parole articolate non servono più a nulla.
D’altrone, anche i morti non si potrebbero uccidere, eppure è necessario
ribadirlo, a un’umanità che non riesce forse più a rendersi conto delle soglie
e delle separazioni più comuni. I morti, che sono sul serio e nient’altro che
morti, possono insegnare ai vivi a non morire, subito almeno. I morti possono
sussurrare, per quanto impercettibilmente, parole di vita e di continuità. Le
loro paroe sono come il fruscio dell’erba che cresce, per questo si capisce che
il loro è un messaggio vitalistico. Ma occorre saperlo ascoltare, occorre
smettere di creare frastuono che sovrasti, grida che superino il sussurrare di
morti. Il nesso con i Sepolcri di Foscolo è anche in questo caso evidente.
Grida, nell’accezione ungarettiana del termine, chi non ha la minima cura dei
sepolcri, nessun rispetto dei morti. Crea il silenzio necessario e sufficiente
ad ascoltarne le parole civili chi conosce
e pratica il silenzio, sapendo che è solo nelle nella quiete che esso sa
creare che si può condurre un discorso civile.
EUGENIO MONTALE
· EUGENIO MONTALE: profilo biografico dell’uomo riuscito
a vivere a lungo senza lustrare le scarpe a nessuno (Soliloquio,
da Auto da fè, p. 577); l’attività letteraria come espressione
della totale disarmonia col reale (“Una totale disarmonia con la realtà” da Interviste
con se stessi, p. 582); da Ossi di seppia, Non
chiederci la parola, p. 586, I limoni, p. 592, Spesso il
male di vivere ho incontrato, p. 597, Cigola la carrucola,
p. 599 da Le occasioni, La casa dei doganieri, p. 603,
da Satura, Ho sceso, dandoti il braccio, p. 628.
Gli Ossi di seppia sono
stati composti fra il 1916 e il 1925. La situazione della poesia è la medesima
già messa in luce per Ungaretti e Saba: D’Annunzio è l’idolo da combattere e,
parole sue, da “attraversare” come già seppe fare Gozzano, perché fra i padri è
il più ingombrante e innovatore. Per Montale, poi, il superamento avviene
assumendo come riferimento l’ironia gozzaniana, il minimalismo antieloquente
dei crepuscolari e il moralismo e l’espressionismo di alcuni poeti raccolti
sotto la rivista Voce (da cui la denominazione di vociani per
questo indirizzo poetico); infine la sua inclinazione alla discorsività lo
differenza dal frammentarismo ungarettiano. Possiamo partire, per delineare la sua
poetica, dal titolo della raccolta: gli ossi di seppia sono quegli ossi
sottilissimi che rimangono sulla spiaggia a testimoniare dell’intensa vita del
mare in una loro maniera particolare, attraverso l’esilità e la resistenza che
li caratterizza. Ben rappresentano, anche, l’essenza del paesaggio ligure, col
loro essere quanto rimane di un poderoso lavorio delle acque, di un eterno
ritorno di onde che levigano e modellano le scogliere, che tanto caratterizzano
la costa ligure, e soprattutto quella di levante nella quale visse e a lungo,
come si è detto, si ispirò Montale. All’interno della raccolta è poi la
lirica I limoni a rappresentare un testo chiave della sua
poetica: in aperta polemica coi poeti laureati (in primo luogo D’Annunzio), che
scelgono di esprimersi con termini desueti e altisonanti, Montale si colloca
fra i poeti antiaulici e antiaccademici, palesando qui il suo accordo con i
crepuscolari: di cui l’elezione di una pianta semplice, comune come i limoni, a
simbolo della propria poesia. D’altronde è anche vero che parole poco usate
entrano nella poesia monta liana (anche solo, come in questo caso, per venire
rinnegate), ma il fatto è che all’antieloquenza così manifestata viene
assegnato un significato ideologico: quello di affermare come non sia
possibile, nemmeno ai poeti, affermare una qualche verità, farsi portatore di
una qualche scoperta metafisica. La poesia è antieloquente perché non ci sono
verità da affermare, la verità, la rivelazione, sfugge, al massimo può essere
(come vedremo) intravista o sfiorata, ma mai afferrata nella sua integrità così
da poter essere poi enunciata a chiare lettere. D’altro canto, questa
conclamata impossibilità di affermare verità è consonante con la percezione
della totale disarmonia col reale di cui si diceva all’inizio: la poesia può
permettersi di esprimere “qualche storta sillaba, e secca come un ramo” (Non
chiederci la parola), altro che rivelazioni e definizioni. Di qui anche la
predilezione per forme scabre e essenziali (nelle quali, ripetiamo, il paesaggio
ligure è un’ottima fonte di ispirazione), ovvero per uno stile poetico in cui
dominano parole tematiche (arsura, arsicce, aride, sterpi, pietrisco, petraie,
salmastro, scabro, arcuata, ripa, grovigli, tronchi, turbini, gorgo, chiostra,
rupi, stride, sgretola, s’abbarbica) dal suono evocativo, onomatopeiche, anzi,
con la volontà di alludere, appunto, all’aspra difficoltà di scrivere riuscendo
a dire qualcosa di vero e utile. Evidente che il paesaggio rappresenta anche
una realtà interiore, quella del poeta per cominciare, che conosce per prova
diretta l’angoscia, l’aridità, il senso di solitudine le cui tracce si
proiettano nel paesaggio e nelle parole poetiche. A questo proposito, occorre
qui introdurre la definizione di correlativo oggettivo, un procedimento poetico
che Montale condivide con il poeta inglese Thomas Stearns (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965, è stato
un poeta, drammaturgo e critico letterario statunitense naturalizzato inglese.Premiato nel 1948 con il Nobel per la
letteratura, è stato autore di diversi poemi, alcuni dei
quali destinati al teatro: Il canto
d'amore di J. Alfred Prufrock, La terra desolata, Gli uomini vuoti, Ash Wednesday, Quattro quartetti, Murder in the Cathedral (Assassinio
nella cattedrale) e The Cocktail Party. È stato autore inoltre del saggio Tradition and the Individual Talent.Eliot si
trasferì dagli Stati Uniti d'America nel Regno Unito nel 1914 e
nel 1927 divenne suddito britannico), consistente nella scelta di oggetti ispiratori per la poesia che svolgono
la funzione di evocare sentimenti o idee provviste di
particolare valore comunicativo. Nel caso del componimento I limoni,
per esempio, questi alberi rappresentano il correlativo oggettivo della
possibile felicità, di quella che si para all’improvviso di fronte allo sguardo
che meno se l’aspetta, mentre passa per caso in luoghi che ha sempre visto, che sembrano poter esprimere solo
grigiore e uniformità, e che invece celano dietro a portoni dischiusi
improbabili felicità. Disarmonia, angoscia, male di vivere: su questi temi si
fonda l’ispirazione di Montale, convinto come Leopardi che il dolore sia per
lui una condizione ineludibile e che la vita, ovvero la vita felice, sia
altrove, spetti ad altri, forse. Nascono così le metafore e i correlativi
oggettivi (che possiamo anche considerare una variante moderna delle antiche
simbologie, nonché l’espressione della volontà di non rendere la poesia
intrisa di sentimenti personali, oggettivando appunto le percezioni più
profonde) più efficaci della raccolta: camminare lungo un muro invalicabile,
vedere il cielo a pezzi, tra le cimase (Cornice sporgente che fa da coronamento
terminale a un elemento architettonico: la c. del tetto, delle finestre), trovarsi impigliato nelle maglie
di una rete, in una condizione, dunque, di sospensione, di incertezza dolorosa,
cui si accompagna però anche la sensazione di essere a un passo dalla scoperta
di qualcosa, di essere lì lì per afferrare un bandolo, di cogliere il senso (o
il non senso) della vita: a siffatto svelamento alludono metafore come il
varco, la smagliatura nella rete, lo sbaglio di natura, l’anello che non tiene
e altre affini. Da qui, una volta di più, proviene anche per Montale il senso
della poesia: i cedimenti e i varchi sono comunque percezioni del poeta,
istanti perfetti che la penna può registrare. I momenti di grazia, comunque,
come si legge anche nei Limoni giungono senza avvertimenti, in
luoghi banali e poco adatti, almeno apparentemente, a ospitare rivelazioni: il
vate non è più, infatti, l’officiante in un tempio gravido di sacralità, ma un
uomo che guarda e ascolta, sente e soprattutto sa aspettare che la realtà
per qualche attimo riveli se stessa. Prima di procedere a una lettura dei
testi, passiamo in rassegna altre raccolte di Montale: dagli Ossi di
seppia alle Occasioni a La bufera e altro c’è
più sviluppo che frattura: restano validi gli originari postulati del pensiero,
cambiano le circostanze storiche e personali, giacché si afferma la dittatura
fascista, scoppia la guerra, sopraggiungono poi le tensioni del dopoguerra,
mentre nella vita del poeta nascono e muoiono amori, cambiano i paesaggi. Nelle
Occasioni, per esempio, il paesaggio non è più, salvo eccezioni come
appunto La casa dei doganieri, non è più quello ligure, ma
piuttosto quello toscano; più specificatamente, il paesaggio è meno
protagonista di queste liriche, che sono piuttosto poesia della memoria e della
rievocazione di situazioni relazionali: il motivo dell’amore è frequente, il
poeta dialoga per lo più con una figura femminile assente (Dora Markus,
Clizia), caricando la valenza simbolica di tale evocazione (l’amore lontano o
impossibile è un’oggettivazione della solitudine esistenziale, del senso di
isolamento che egli, disarmonico col reale, sente come condizione ormai
assoluta). A Clizia Montale attribuisce caratteri stilnovistici, che diverranno
esplicitamente cristiani in La bufera e altro. Considerata dal
poeta la sua miglior raccolta, che comunque non può prescindere dalle
precedenti, si arricchisce di richiami metafisico-religiosi, che però qui si
esauriscono: alla fine Montale ritorna all’idea che il varco non esista, e che
per questo non si manifesti, abbracciando una tesi che nuovamente lo connette
con Leopardi, che la espresse nella Ginestra: ostinatamente l’uomo
continua a cercare, pur andando incontro a continui fallimenti e smentite,
lasciandosi in eredità, di generazione in generazione, questa volontà di
ardimento e di sfida. Infine in Satura si mescolano
motivi diversi: colloqui con l’aldilà (la moglie amata è morta), epifanie di
esseri salvifici e fantasmi, meditazioni sul senso dell’esistenza,
registrazioni di eventi quotidiani e ironie sull’insensatezza del mondo.
Da Non chiederci la parola, le
dichiarazioni al negativo del poeta non-vate sono quelle che ci si può
aspettare da un poeta che sentiva profondamente la crisi del proprio tempo. La
squadratura oggettiva della realtà è retaggio degli uomini sicuri di sé,
di quelli che non si curano della propria ombra e camminano sicuri sotto la
canicola. L’”Ah” che apre al loro ingresso nella lirica è un’esclamazione ch’è
pure una presa di distanza, ovviamente. Le nature poetiche sono
fondamentalmente disadattate, psicologicamente e moralmente, e da loro non ci
si può attendere alcuna certezza.
I limoni:
il poeta ci conduce nei luoghi preferiti della sua aspirazione antiaccademica,
fra stradicciole frequentate da ragazzi scalzi che vanno a caccia di anguille,
fra orti e alberi, dove regna un silenzio che placa qualsiasi passione. E’ nel
silenzio che sembra di poter presagire qualcosa, che lo sbaglio di Natura pare
sul punto di palesarsi, ed è lì che avverrebbe la scoperta. Ma sono inganni,
miraggi: ogni ombra umana in lontananza, in questi casi, sembra una Divinità.
La verità è un’altra, la realtà è un’altra: una città rumorosa e abitata da
persone tediate e meschine (avara l’anima). Sembrerebbe non esserci salvezza,
ma da qualche parte, dietro a un portone semichiuso, occhieggia un albero di
limone, l’albero che dona profumo anche ai poveri, che squilla la sua canzone
felice per occhi che sanno vedere.
Spesso il male di vivere ho incontrato
La visione è leopardiana: il male di
vivere caratterizza l’universo interno, non risparmia né cuna né covile. Per il
poeta ligure la sua manifestazione è simbolicamente triplice: male è il
ruscello che per un impedimento non riesce a scorrere, male è la foglia
bruciata dal sole che s’accartoccia, male è il cavallo crollato al suolo. SI
passa da un elemento originario (l’acqua), a un vegetale e un
animale. L’uomo è solo sfiorato, ma se ne coglie la presenza come già nel
giardino-ospedale-cimitero del noto pensiero leopardiano. Alla triade della
sofferenza universale, l’icastico componimento che offre una specie di
soluzione al problema del male nel mondo, contrappone la triade
dell’Indifferenza, divina cura per ammalati cronici e irreversibili: una statua
(di nuovo un elemento originario), una nuvola (secondo elemento originario) e
un falco in volo. L’uomo è assente e la poetica degli oggetti regna sovrana.
Cigola la carrucola, poesia del ricordo che reca con sé l’impossibilità
del recupero. Niente di ciò che fu può essere ancora, perché nelle lontananze
che solo il tempo può scavare si perde non solo la persona amata ma anche se
stessi. In ogni istante si diventa altri, e quando si guarda nell’acqua del
pozzo, i visi estranei non si contano, sono tutti quelli che abbiamo
conosciuti, siamo noi stessi.
La casa dei doganieri, da Le occasioni E’ l’A Silvia di
Leopardi, dedicata a una casa dell’infanzia del poeta, alla quale si collega
una fanciulla, Annetta, morta molto giovane. Anche se le interpretazioni si
sprecano e pure le illazioni su Annetta, è evidente che, come Cigola
la carrucola, ci troviamo di fronte a poesia del ricordo, come possibile
evento miracoloso che generi un riscatto esistenziale portando felicità, vita
autentica, liberazione dall’angoscia. Ma il filo del ricordo, fallato,
diversamente da quello offerto da Arianna a Teseo per uscire dal labirinto, si
ingarbuglia e finisce per non portare da nessuna parte. Il varco forse è lì, ma
non arrivano i segnali metafisici che si vorrebbero e il ricordo illanguidisce
e a poco a poco sfuma. Ogni significato si perde, perfino quello della vita e
della morte, di chi sia vivo e chi morto e il poeta resta nella sua solitudine
angosciosa.
Ho sceso, dandoti il braccio, p. 629.
Commossa e affettuosa rievocazione della moglie morta: la consuetudine di vita
con la Mosca è tragicamente interrotta e il poeta, con pudicizia, mantenendo
un tono dimesso da poeta non laureato, ne lamenta l’assenza, per lui catastrofica.
La moglie non è la creatura angelicata cantata in Clizia, ma una donna di ogni
giorno, la donna di ogni giorno, e in lei Montale celebra l’unica vittoria che
si possa celebrare in un mondo in cui non si riescono a trovare significati
profondi: quella della vita quotidiana, del quieto e solido affetto grazie al
quale si riescono ad affrontare meglio i dolori che accomunano tutti.
ERMETISMO
Quella di ermetismo è una nozione
discussa. In discussione in particolare l’estensione del fenomeno da qualificare
come ermetico. Iniziamo col termine, che risale a Ermete Trismegisto, ovvero a
una dottrina filosofico-religiosa di tipo esoterico fiorita nella tarda età
ellenistica e che da lui prese il nome di ermetismo. L’accezione con cui venne
usata in ambito letterario in Italia risale al critico Francesco Flora, che nel
1936 associa al termine l’intero sviluppo della lirica italiana da Ungaretti a
Montale a un gruppo di scrittori fiorentini legati a riviste come
Frontespizio e Campo di Marte. Oggi però prevale un’interpretazione più
riduttiva del fenomeno ermetico, che lo associa solo al gruppo fiorentino,
escludendo Montale e Ungaretti. Dal punto di vista tecnico questa poetica
affonda comunque le sue radici nel simbolismo (Verlaine, Mallarmé, Valery,
Eliot). Si tratta di nuovo di poetica della poesia pura, animata dalla volontà
di restituire alla poesia forza evocativa, senza preoccuparsi
dell’immediata comprensione del messaggio poetico (di qui la definizione di
“ermetica”, da intendersi nel senso di breve e oscura). Un fiancheggiatore, più
che un caposcuola, dell’ermetismo è Salvatore Quasimodo, nato a Modica (Ragusa)
nel 1901 e morto a Napoli nel 1968. Soprattutto nelle prime raccolte,
come Oboe sommerso del 1930, esprime un’ansia metafisica che
lo rende particolarmente affine ai poeti ermetici. Anche Quasimodo affronta
come tema principale la pena di vivere dell’uomo moderno, trovando nelle
memorie d’infanzia e nel fascino perenne della terra materna al contempo
un motivo consolatorio e un orizzonte fisico e metafisico per il proprio
dolore. Il linguaggio è sempre molto criptico.
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